Vasco Ursini: Il “nulla” nello sguardo del destino

Il pensiero di Emanuele Severino nella sua "regale solitudine" rispetto all'intero pensiero contemporaneo

Nello sguardo del destino appare l’impossibilità di bandire il significato “nulla”.La volontà di liberarsi di questo significato presuppone la significanza del nulla. E infatti il discorso che afferma l’assoluta insignificanza del nulla (come fa, ad esempio, il discorso neopositivista) nega sé stesso, perché il concetto di “assoluta insignificanza” non è altro che il concetto di “nulla”.All’interno stesso del linguaggio di coloro che vogliono liberarsi della significanza del nulla (e dunque all’interno del linguaggio ontologico), il nulla resta invincibile. Quando infatti dicono che la parola “nulla” va eliminata perché è assolutamente insignificante, non si accorgono, non solo che stanno trattando come significante l’espressione “assolutamente insignificante”, ma capiscono la differenza che sussiste tra il significato “nulla” e tutti gli altri significati che invece essi non vogliono bandire, finendo col capire che cosa significa la parola “nulla”.

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Nonno coach (5.)

  • Ciao nonno. Va bene per te se anche oggi continuiamo la passeggiata rurale di ieri?
  • Altro che, va benissimo.
  • Nonno, mi racconti qualche altro episodio del tuo passato?
  •  Okay. Venni al mondo nell’anno del ventottesimo Giubileo, quello indetto da Pio XII. La seconda guerra mondiale era terminata da poco e la vita era dura per tutti, anche nelle campagne; in particolare per le donne che, oltre a fare figli in serie e a lavorare nei campi, dovevano cucinare, rassettare, lavare piatti, pentole e panni sporchi e, come se non bastasse, la sera, dopo una parca cena, rammendavano calze e ricucivano gli strappi dei pantaloni degli uomini di famiglia.
  • Mamma mia! Era veramente dura.
  • Già. È trascorso più di mezzo secolo, ma è come se fosse ieri… Tuo nonno e tua nonna, nonostante sacrifici, difficoltà e qualche divergenza di vedute, sono vissuti per trentacinque anni fianco a fianco, nella buona e nella cattiva sorte. Il loro fu un matrimonio d’amore. Nonostante l’opposizione di mio nonno che voleva farlo sposare con una ragazza che avrebbe portato in dote un moggio di terreno – per quei tempi era una ricchezza – mio padre portò all’altare la ragazza di cui era innamorato. Mio nonno non partecipò al matrimonio.
  • Possibile?
  • Possibilissimo. All’epoca, come già setto, un moggio di terreno era prezioso per sopravvivere. E poi, di matrimoni combinati erano piene le cronache.
  • Che cos’è un matrimonio combinato?
  • Il matrimonio è combinato quando gli sposi diventano marito e moglie per obbedire all decisioni prese dai rispettivi genitori.
  • Che tristezza!
  •  Basta una vecchia foto, una parola, un profumo, un suono particolare e i ricordi riacquistano vita… le immagini scorrono fluide. Quanto lavoro, quante rinunce, quanti sacrifici… per costruire la casa, acquistare qualche moggio di terreno e mantenermi agli studi fino alla laurea!
  • Una vita veramente dura.
  •  Anch’io sono cresciuto a pane e sacrifici, ma paragonandoli a quelli dei miei genitori, sono rose e fiori. Ricordo, ad esempio, che mio padre in occasione della mietitura non dormiva nel suo letto, ma per terra su di un giaciglio di fortuna, per paura di non svegliarsi in tempo per raggiungere i campi prima dell’alba.
  • Poveretto.
  •  <<Mio padre era retto e corretto!>> era la frase che gli sentivo dire spesso, ogni volta che c’era in ballo una questione di principio. Ricordo la callosità delle sue mani e il volto, abbronzatissimo d’estate, segnato dalla fatica e impiastricciato di polvere; con il sudore che permeando le sopracciglia gli bruciava gli occhi; la schiena curva mentre con la zappa estirpava le erbacce; la spossatezza di quando, dopo una giornata di duro lavoro, si sedeva su di una sedia sgangherata e si accostava al parco desco. In estate papà spesso mi portava con lui nei campi. Lo aiutavo quando tagliava l’erba medica per le mucche; lui la falciava ed io la raccoglievo e, con il tridente, la caricavo sul carretto. Anche quando bruciava le sterpaglie mi portava con lui. Ero affascinato e nello stesso tempo pieno di paura quando le fiamme cominciavano a divampare e mio padre con un ramo frondoso in mano le teneva sotto controllo evitando che sconfinassero. Altre volte lo accompagnavo quando andava al mulino a macinare il grano o il granturco. Partivamo di mattina presto, a bordo di un carretto sul quale avevamo caricato due o tre sacchi di grano. Nel mentre aspettavamo il nostro turno io avevo l’incarico di fare la guardia a “Giovannina”, la mia mucca preferita. Mi piaceva il ronzio dell’impianto di molitura, nonché l’odore di farina. Quando tornavo a casa ero contentissimo, anche perché sfiorando i sacchi di farina il mio pantalone s’imbiancava. Per me era come per i ragazzi che andavano a imparare il mestiere di meccanico: per far vedere che avevano lavorato s’impiastricciavano mani e viso di grasso di macchina consumato, sporco e nero come la pece. D’inverno, con la coppola siciliana in testa, gli scarponi, la giacca e una sciarpa di lana intorno al collo, mio padre inforcava la biciletta e, lottando contro il vento, si recava in paese a fare qualche commissione. “Senza sacrifici non si va molto lontano”, mi ammoniva. Come padre era severo, ma dietro la dura scorza che ostentava si celava un cuore d’oro. Quasi a giustificarsi, qualche volta mi ripeteva le parole di suo padre: <<I figli si baciano di notte, quando dormono.>>
  • E la tua mamma?
  • Anche per mia madre le giornate erano interminabili… Oltre ai lavori tipicamente femminili, era sempre al fianco di mio padre nel lavoro dei campi e nella stalla per accudire le mucche. Coltivare l’orto per le necessità familiari era fondamentale, e lei vi si dedicava con passione coltivando le sue verdure preferite. C’era sempre da fare: vangare, sarchiare, estirpare le erbacce, seminare, mettere a dimora le piantine, rincalzare, concimare, innaffiare… Prima di rientrare in casa, utilizzando a mò di cesto il grembiule, lo riempiva di pomodori, cetrioli, peperoni, melanzane, lattughe, ecc. Il grembiule era una componente irrinunciabile del suo abbigliamento perché si prestava ad una serie infinita di utilizzi. Era perfetto come guanto per togliere la teglia dal forno, come soffietto per ravvivare il fuoco, per trasportare le uova e i pulcini; nonché per raccogliere le mele cadute dagli alberi, i fichi e via dicendo.
  • Ricordi molti particolari.
  • Nel periodo scolastico, tutte le mattine, con le uova fresche raccolte nel pollaio, mi preparava l’uovo sbattuto. Rotto il guscio dell’uovo e versato il contenuto in un bicchiere insieme a mezzo cucchiaio da cucina di zucchero, miscelava energicamente. Infine aggiungeva il “marsala” (vino liquoroso) che lo rendeva gradevolissimo. Era talmente squisito che lo sorseggiavo pian piano per gustarne appieno il sapore. Un altro pregio di mia madre era che, al contrario di mio padre, preso atto delle precedenti esperienze anche se negative, non ci pensava più.
  • Da come ne parli, nonno, dovevano essere dei genitori meravigliosi
  •  È vero. Essere genitore è il mestiere più difficile e nello stesso tempo, il più gratificante e il più impossibile del mondo; con l’aggravante che qualunque cosa fai, secondo i figli, sbagli sempre. Occorre possedere doti camaleontiche per saper ascoltare, fornire risposte precise, consolare, lenire afflizioni, incoraggiare, dare l’esempio, ma soprattutto essere in grado di dire di no quando è necessario. E che dire di quando sono malati e hanno la febbre! Quante nottate ha trascorso in piedi mia madre vegliando al mio capezzale, quando avevo la febbre alta, impegnata a farmi bagnature sulla fronte per scongiurare le convulsioni! E nel frattempo quanti pensieri tenebrosi, quanti scongiuri… Quanto è grande il cuore di una madre e di un padre!
  • E i tuoi nonni?
  •  Mentre i genitori trascorrevano la maggior parte delle giornate a lavorare nei campi, i nonni trascorrevano molto tempo in compagnia dei nipoti. Secondo un modello stereotipato, i nonni venivano considerati i guardiani del fuoco e i custodi della memoria. D’inverno sedevano su di una panca situata strategicamente vicino al camino, alimentavano il fuoco, sopraintendevano alla cottura dei fagioli nella “pignata” di terracotta e la sera, sempre seduti vicino al camino raccontavano storie di vita vissuta ai nipotini che ascoltavano a “bocca aperta”. Con mio grande rammarico mio nonno paterno morì quando avevo sette mesi di vita e mia nonna materna quando avevo all’incirca due anni. Con la nonna paterna non c’era troppo feeling, con il nonno materno, invece, il rapporto era buono anche se, abitando in un’altra contrada, ci vedevamo di rado.
  • E il nostro rapporto come lo giudichi?
  • Dovresti essere tu a pronunciarti non io:
  • Per me è bellissimo.
  • Mi fa piacere. Ciò detto, che ne diresti di tornare casa?
  • Accordato. Però hai glissato la mia domanda.
  • Ci devo riflettere un momentino.
  • Cattivone.
  • Tranquillo, vai alla grande! Ciao.
  • Ciao. Alla prossima.

Luigi Lavorgna

I 40 anni del “Nome della rosa” in un mondo di biblioteche chiuse

phileasfogg2020

Siamo ormai abituati ad attribuire la colpa di ogni evento nefasto che stiamo vivendo a «questo maledetto 2020». Come se lo scoppio di una pandemia fosse una calamita che continua ad attirare sventure su sventure. Per questo non vediamo l’ora che l’anno finisca, illudendoci che il 2021 sarà automaticamente diverso. Chissà se anche nel 1980 si diceva così. La morte di John Lennon, il disastro aereo di Ustica, il terremoto in Irpinia: basta citare questi fatti per creare l’impressione di un «anno maledetto». Eppure ho deciso di parlarvi di un avvenimento speciale risalente proprio a quarant’anni fa.

Nelle librerie compariva un romanzo destinato ad accendere dibattiti nei campi della letteratura, della religione, della storiografia, della filosofia. Un romanzo che ha suscitato entusiasmi e passioni ma anche divisioni tra il pubblico, la critica, il mondo intellettuale. Un romanzo che si può divorare o non sopportare. A me sono successe entrambe le…

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Cercare la verità è trovare se stessi e la vita.

Vivi per la vita e la verità

Cercare la verità è trovare se stessi e la vita alla quale tutti apparteniamo. È un percorso che ognuno deve fare. Parole siamo, quelle vere sono la vita e per tutti. Ci sono tanti libri e Scritture adorate (tante volte a chiacchiere) ma poco comprese o per niente,  come c’è tanta divisione e confusione su di queste e per queste, alla vita apparteniamo tutti e per la vita si deve vivere in saggezza. Saggezza per la vita è amore, lontano dal turbinio del mondo con le sue bugie, illusioni e apparenze. Gli altri a volte siamo noi e noi gli altri, tutto e tutti sono il mondo  , questo mondo con tutti i suoi mali creato da tutti (e da chi prima) e da ciascuno. Non cercate in altri ciò che già in voi, e non dipendete da altri che tutto è di passaggio e il buio come la luce…

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C’era una volta il western all’italiana (3.)

Ombre rosse

Il western, nato come cavalcata solitaria, come semplice contrapposizione tra buono e cattivo, risulta a lungo andare schematico e inconsistente, pertanto si avverte l’esigenza di rinnovare il filone ormai inaridito.

John Ford, nel 1939 con il film “Stagecoach” (Ombre rosse), interpretato da Claire Trevor e John Wayne, centrò l’obiettivo.

Nel film, che si avvale di un soggetto tradizionale, sono presenti tutti gli elementi e la tematica del genere western. Un gruppo eterogeneo di personaggi (il conducente della diligenza, lo sceriffo Wilcox che accompagna il fuorilegge Ringo diretto a Lordsburg per vendicare la morte del padre e del fratello assassinati dai fratelli Plummer, Lucia la moglie incinta di un ufficiale dell’esercito che vuole ricongiungersi con il marito, Dallas una prostituta allontanata dalla città per volere della “Lega della moralità”, Boone un medico alcolizzato, un rappresentante di liquori, Hatfield un giocatore d’azzardo del Sud che durante il viaggio si rivela essere un vero gentiluomo e che nutre una profonda stima per la signora incinta, Raffaello Gatewood, un banchiere che sta scappando con il denaro rubato alla sua banca) a bordo di una diligenza diretta a Lordsburg.

Dopo varie vicissitudini, tra cui il parto della signora assistita da Boone forzato a smaltire la sbornia e da Dallas. Intanto tra Ringo e Boone nasce una simpatia e lui le chiede di sposarlo e di trasferirsi insieme in Messico, in un ranch di sua proprietà; lei accetta ma devono rinunciare al progetto a causa di minacciosi segnali di fumo in lontananza che non promettono niente di buono. Alla ripresa del viaggio vengono sorpresi e inseguiti dagli apaches. Nel corso del lungo ed estenuante inseguimento, le munizioni finiscono quando, mentre Hatfield è pronto ad usare il suo ultimo colpo per uccidere Lucia per evitare che cada nelle mani degli apaches, si odono gli squilli di tromba che annunciano l’arrivo del Sesto Cavalleria. Nel frattempo il giocatore d’azzardo viene ferito a morte.

Giunti a Lordsburg, il banchiere ladro viene arrestato dallo sceriffo locale e Dallas cerca di far desistere Ringo dai suoi propositi di vendetta, ma lui in un epico scontro affronta e uccide i fratelli Plummer; dopo di che si arrende. Ma Wilcox lo lascia andare insieme a Dallas per poter raggiungere il Messico e vivere la loro vita.

Ombre rosse, primo dei numerosi western diretti da Ford, è considerato unanimemente il suo capolavoro: tradizione ed esigenza di rinnovamento si integrano perfettamente.

Sostanzialmente, con questo film, in un genere fondato sull’azione, confluiscono nuovi elementi quali la psicologia, i problemi sociali e il dialogo letterariamente definito. Ford introduce la tensione psicologica quale elemento drammatico fondamentale, dado inizio ad un rinnovamento rivoluzionario del filone western. Molte scene, infatti, sono suggestive e cariche di suspense, e a distanza di ottant’anni si ammirano ancora.

(continua)

Luigi Lavorgna

“Beato te che non capisci nulla”

Tempo fa, lessi da qualche parte – non ricordo quando e dove – che il vecchio adagio “Beato te che non capisci nulla” è un insulto alle persone, perché a nessuno piacerebbe, soprattutto nella società odierna, non capire niente e correre il rischio di diventare uno zimbello.

È un’opinione, pertanto “nulla quaestio”. Personalmente condivido l’intenzione ma non il giudizio.

A scanso di equivoci, mi preme sottolineare che anche per me vale la tesi che, soprattutto oggi, non capire nulla è un handicap, ma nello stesso tempo, voglio altresì sottolineare che non sempre generalizzare è una cosa positiva e che quello che vediamo a volte non corrisponde a verità.

All’epoca della mia infanzia infatti– ribadisco che l’ho trascorsa in campagna e che i miei genitori erano contadini – questo adagio era usato e abusato da ragazzi, adulti e vecchi. Era il periodo in cui questo adagio veniva “somministrato” a mò di sfottò e pertanto anche colui che era la vittima designata si prestava al gioco facendosi “quattro risate” come si diceva allora.

Luigi Lavorgna