L’INFINITO

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quiete

io nel pensier mi fingo; ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare.

(di Giacomo Leopardi)

 

Qualche giorno fa, mi è capitato di rileggere questa struggente lirica leopardiana… ed è stato subito amore! Un amore sbocciato tardivamente, ma sempre di amore si tratta.

Che tempesta emotiva si è scatenata dentro di me! Quante sensazioni, quanti ricordi riaffiorati di colpo alla mente… “L’infinito” è stato uno dei miei peggiori incubi quando sedevo sui banchi di scuola. Ricordo che, nonostante tutta la buona volontà e l’impegno profusi per preparare un’interrogazione, la mia “performance” lasciò alquanto a desiderare. Ironizzando, i miei compagni dissero che non ero riuscito a superare l’ostacolo della siepe ed ero naufragato nell’infinito mare leopardiano… Grrrr!!

Non nascondo che da quel giorno il mio “appeal” per il poeta di Recanati raggiunse i minimi storici.

Un grazie di cuore alla buona sorte che mi ha concesso la possibilità di ricredermi e di ristabilire un “feeling” che, inconsciamente, sono sicuro, non è mai venuto meno per le molte affinità che ci sono tra la “filosofia” leopardiana e la mia. Finalmente, dopo cinquant’anni, ho avuto modo di “distillare” e “degustare”, parola per parola, immagine per immagine, stato d’animo per stato d’animo una lirica esemplare e di vivere sensazioni ed emozioni indescrivibili che trascendono i limiti spaziali e temporali. Grande, grandissima poesia, che ti cattura “in toto” e ti trasporta su sentieri ricchi di fascino e seduzioni.

Sorvolo sui tecnicismi (metrica, ossimoro, figure retoriche) – non è il mio campo – e passo a focalizzarmi sull’aspetto emotivo.

Nella lirica leopardiana, tre elementi in particolare, il colle solitario, la siepe e il vento, non solo rappresentano l’emblema di un sereno paesaggio, ma anche la possibilità, grazie all’immaginazione, di percepire l’infinità del tempo e dello spazio.

È un mix di immagini visive (il colle e la siepe) che, sommate a percezioni uditive quali “sovrumani silenzi” e “profondissima quiete”, stuzzicano l’immaginazione…

Il pensiero dell’infinito e dell’eterno è sconcertante ed è facile perdersi nell’immensità…

Spesso anch’io, forse per smussare le asperità della vita, attraverso l’immaginazione, ho cercato di superare gli angusti limiti umani e di proiettarmi in una dimensione fantastica priva di qualsiasi barriera… È facile, pertanto, immedesimarsi e immaginare il poeta, dedito alla contemplazione, con il cuore afflitto da un senso di sgomento, mentre, al di là della siepe, ipotizza nella sua mente, sconfinati spazi e sovrumani silenzi e una profondissima quiete. Quel fruscio, quell’alito di vento, quasi una voce, che passa tra i rami degli alberi, lo riporta alla realtà e lo induce ad associarvi, nella sua immaginazione, il ricordo del passato e la precarietà del presente che è nulla di fronte all’eternità. È come se Leopardi in questo breve fruscio identificasse il tempo ristretto destinato agli uomini, mentre il tempo stesso non ha fine perché è eterno.

Considerati i limiti della nostra mente, è naturale che il pensiero si smarrisca e naufraghi. Ma, poiché la contemplazione dell’infinito nobilita lo spirito sollevandolo dai limiti della vita terrena, si tratta di un dolce naufragare.

“L’infinito” di Leopardi trascende lo spazio e il tempo…

Per quanto riguarda lo spazio, c’è da rilevare che il poeta, impedito dalla siepe, è impossibilitato ad andare oltre e raggiungere il colle tanto caro. Però, nello stesso tempo, metaforicamente parlando, la siepe ci spinge ad andare oltre il nostro mondo imperfetto caratterizzato da insoddisfazioni e desideri che non potranno mai essere soddisfatti in modo permanente per raggiungere quell’infinito che ci fa naufragare ma nello stesso tempo ci libera dal dolore.

Per quanto riguarda il tempo, invece, va rilevato che, essendo il passato ormai andato, non è più recuperabile; ma anche il presente sembra irraggiungibile perché la siepe crea una barriera. Conclusione: “il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Che dire ancora?

“L’infinito” è un inno alla libertà e alla voglia di volare nel cielo azzurro, di rompere le catene, di non avere paura né inibizioni, di lasciarsi cullare dalle sensazioni e dalle emozioni, di rincorrere nuovi orizzonti…

3 pensieri riguardo ““Naufragar m’è dolce in questo mare”

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