“È appena finito il congresso della nostra Federazione della stampa, che sarebbe poi il sindacato, e leggo che adesso lancia un “grido di allarme sulla professione”.  Dal resoconto ne esce un ritrattino degli uomini che fanno il mio mestiere deprimente: umiliati dall’editore, e dal direttore, che non vuole notizie o inchieste, ma pettegolezzi, ovviamente disprezzati dai potenti, che li vorrebbero al loro servizio, poco stimati dal lettore, che non li considera credibili. Poveracci che, come certi personaggi del Giusti, si adattano a tutto pur di far bollire la pentola col lesso”.

   Questo stralcio è estratto da un articolo del compianto Enzo Biagi, pubblicato sul Corriere della Sera nella rubrica Strettamente Personale, dal titolo “La linea del giornale è meglio ferroviaria” e datato 30 maggio 1996.

   Nell’articolo il famoso giornalista e scrittore – ho apprezzato tantissimo il libro “L’albero dai fiori bianchi” – mette sotto la lente di ingrandimento il dilemma di quella folta schiera di giovani che, nella convinzione di poter godere di larga autonomia, si avvicinano pieni di speranza ad una professione, quella giornalistica, che da sempre affascina. Giovani “di belle speranze ma di scarse certezze”, sottolinea Biagi.

   Coloro che vogliono accedere alla professione giornalistica devono confrontarsi con gli aspetti della deontologia professionale individuale, delle esigenze redazionali, della formazione professionale e dell’esercizio stesso della professione.

   La formazione una volta avveniva sul campo, a stretto contatto con cronisti e capi servizio, che non avevano diplomi ma conoscevano il lavoro, mentre oggi, generalmente, si frequentano corsi di formazione e corsi di laurea.

   Per quanto concerne l’esercizio della professione giornalistica “tutto è diventato spettacolo – scrive Biagi – e forti sono le responsabilità della televisione, dove spesso contano più il look e gli urli che la sintassi e chiacchiere da conversazioni ferroviarie vengono spacciate per interviste”.

   La convinzione diffusa degli scritti all’Ordine che il pubblico preferisca l’indiscrezione all’indagine per Biagi è errata e che la gente, essendo la vera padrona del giornalista, merita più rispetto.

   Relativamente all’ingerenza della politica Biagi chiarisce che i giovani devono sapere che “i vari regimi possono facilitare le carriere ma non inventare il talento: tutte le nomine vengono dall’alto ma il riconoscimento dal basso”.

   Anche oggi i condizionamenti sono tanti. Quella del giornalismo è una professione “in progress”, nel senso che risente particolarmente del trend del momento, relativamente ai gusti del “consumatore” e al colore politico egemone. Il dilemma è sempre lo stesso: a chi essere leale, al padrone oppure al lettore/spettatore?

  Biagi chiude il suo “pezzo” scrivendo: diceva un vecchio collega francese: <<Il giornalista deve conoscere una sola linea: quella ferroviaria>>, cioè: andare a vedere e scrivere; e una sola curiosità: i fatti. Ma non si possono raccontare senza un punto di vista: e mi sembra onesto dichiararlo.

   Che dire?

   Niente di nuovo sotto il sole.

   Chiudo ricordando – repetita iuvant – un detto mai tramontato: il pelo perde il lupo ma non il vizio!

   Oops, pardon: il lupo perde il pelo ma non il vizio!!

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