Rimediato in extremis, con gli esami di riparazione, e con un notevole “arricchimento” del mio bagaglio culturale, cominciai la seconda media con le migliori intenzioni del mondo. Per buona sorte cambiò anche l’insegnante di lettere. Le bastarono pochi giorni per guadagnarsi il mio rispetto e la mia stima. La sua ricetta era semplice: leggere, leggere e poi ancora leggere. Romanzi in particolare. Perché solo in questo modo, diceva, potevo appropriarmi di una forma di scrittura corretta.

   Deciso a seguire i suoi consigli, mi attivai per procurarmi quei famosi romanzi che avrebbero dovuto farmi compiere un salto di qualità. Dovete sapere che all’epoca, per me e per i miei amici, la parola romanzo era sinonimo di fotoromanzo. Sì, proprio quelle lacrimevoli storie d’amore in fotogrammi, a lieto fine, che hanno fatto sognare migliaia di ragazzine soprattutto di campagna. Ricordandomi che un amico, di qualche anno più grande di me, doveva averne una bella scorta, un giorno, verso l’imbrunire, tagliando per i campi per accorciare la distanza, mi presentai a casa sua e gliene chiesi qualcuno in prestito, motivando opportunamente. Lui, per nulla sorpreso, me ne lanciò due dalla finestra della sua camera al primo piano. Di ritorno a casa, quando, seduto vicino al tavolo da cucina, che fungeva anche da scrivania, cominciai a sfogliarli, devo confessare che rimasi alquanto perplesso. Guardavo le foto, leggevo i dialoghi e le didascalie, ma proprio non riuscivo a capire che cosa c’entrasse, quello che stavo leggendo, con le mie carenze nello scrivere. Infatti, dopo aver terminato la lettura di entrambi, non è che mi sentissi particolarmente arricchito culturalmente. Solo dopo qualche giorno mi resi conto dell’equivoco in cui ero incorso e che il termine romanzo significava ben altra cosa.

   A quel punto giunse il momento di saccheggiare la biblioteca della scuola. Non ricordo più quale fu il primo in ordine cronologico, però rammento ancora molti titoli di quei meravigliosi romanzi che divorai avidamente: Michele Strogoff, La cieca di Sorrento, I tre moschettieri, Cento mostri e quattro eroi, L’uomo che ride e tantissimi altri ancora. Al massimo in un paio di giorni ne leggevo uno e dovevo fare pressioni sui miei compagni di classe per poter scambiare quello che avevo letto io con quello che avevano loro.

   Furono dei momenti esaltanti. E questa volta sì che ci fu l’arricchimento culturale. Già nel secondo trimestre raggiunsi la sufficienza in Italiano scritto, e poi il sette nell’ultima frazione dell’anno.

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