Qualche lustro or sono non c’era ancora il trattore a farla da padrone nelle nostre campagne, bensì era la mucca che, compagna inseparabile del contadino, oltre a produrre latte, lo coadiuvava nei lavori dei campi. Sempre in trincea, ora trainando il carretto, ora l’aratro, ora l’erpice e così via.

Quando mio padre si sposò non ne possedeva alcuna. Riuscì ad avere la prima solo dopo qualche anno e grazie alla collaborazione di un cognato che gliela concesse “a parsunal”, ossia in gestione. Papà l’accudiva e a fine anno divideva i proventi con mio zio che ne aveva conservato la proprietà. Trascorsero due o tre anni prima di poterne avere una tutta nostra. Molti di più per mettere insieme sette o otto esemplari tra piccoli e grandi.

All’epoca erano in auge principalmente due varietà di mucche, quelle bianche e quelle “svizzere” o pezzate. Le prime, oggi quasi del tutto scomparse, erano più adatte al duro lavoro nei campi e producevano poco latte; le seconde, invece, erano più idonee alla produzione di latte. Chi aveva la fortuna di possedere una buona mucca da latte, ovviamente non la vendeva, in quanto rappresentava una cospicua fonte di reddito. Chi, invece, aveva la necessità di arricchire la propria scuderia andava alla ricerca di qualche contadino che, dovendo cessare l’attività, alienasse i suoi beni, perché solo in questo caso si era quasi sicuri di prenderne qualcuna garantita da difetti e vizi occulti. Se proprio non si riusciva a prenderla adulta ci si accontentava di prendere una neonata. Anche la prole femminile di una mucca con il “pedegree” aveva, infatti, un suo mercato, nella speranza, peraltro abbastanza fondata, che crescendo prendesse tutta della madre.

Anche mio padre era sempre alla ricerca della volta buona e, durante una delle tante fiere che si tenevano all’epoca acquistò una mucca bianca da fatica in avanzato stato di gravidanza. Dato che negli ultimi due mesi di gestazione le bestie non venivano munte affinché si apparecchiassero per produrre molto latte, egli non si accorse di un piccolo difetto. “Giovannina”, così si chiamava, aveva due capezzoli ciechi dalla nascita. Immaginate il suo disappunto quand’ella partorì. Un sacco di maledizioni e improperi furono indirizzati al disonesto venditore che aveva tenuto nascosto quell’importante dettaglio. Invece, tutto considerato, quell’incauto acquisto si rivelò un affare d’oro, perché, nei dodici anni che la tenemmo con noi, Giovannina fu sempre una lavoratrice instancabile e assolutamente affidabile e a lei sono legati alcuni dei miei ricordi più belli. Si alternarono tante altre mucche nella nostra stalla, magari dal nome più accattivante come “Munachella”, “Palomma”, “Fraulella”, ecc., ma il mio elogio va a “Giovannina”. A parte la sua mansuetudine c’è un episodio in particolare che me la rese cara. Un pomeriggio fui mandato dai miei a farla pascolare insieme ad un’altra mucca di cui non ricordo il nome, su un nostro appezzamento di terreno lontano da casa. Entrambe erano legate all’estremità di una corda, che reggevo con le mani mentre brucavano l’erba. Ad un tratto l’altra si imbizzarrì. La fune tirata con violenza mi sfuggì di mano e si spezzò, e la disgraziata cominciò a correre all’impazzata sulla strada del ritorno. Io al momento rimasi perplesso, ma fu solo un attimo. Disinteressandomi di Giovannina, cominciai ad inseguire la fuggitiva. Dopo alcune centinaia di metri, anche perché la sciagurata era ostacolata nella sua folle corsa da un pezzo di corda che gli stava penzoloni tra le gambe, riuscii a bloccarla e cominciai a riportarla indietro. Immaginate quale fu la mia gioia, quando, fugando tutte le mie preoccupazioni, incontrai Giovannina che placidamente aveva preso la strada del ritorno. Le riunii e le riportai a casa.

Era talmente docile che le montavo in groppa come se fosse un cavallo e mi facevo trasportare. Anche quando trainava il carretto si lasciava guidare senza fare capriccio alcuno; al contrario di un’altra, di razza bruna-alpina, che era veramente matta: se non gli girava giusta era capace di farti passare un guaio. Mio padre se ne avvide allorquando, dovendo scaricare del materiale di scarto, si fermò con il carretto trainato da costei sul bordo di un torrente profondo un paio di metri. Solo grazie ad un autentico miracolo quell’insana non buttò giù dabbasso carretto e carico, genitore compreso. Fu tanta la paura provata in quell’occasione, che ogni volta che raccontava l’episodio, papà sbiancava in volto. E che dire di quando, un’altra volta, sempre io e lui, sempre con il carretto trainato da quella scellerata e sempre sulla riva di un torrente, stavamo caricando della legna: per causa imprecisata, “l’innominata”, come la ribattezzò mio padre, partì sparata in una corsa disperata a rischio di schiantarsi contro un albero o finire giù nel “vallone”. Dovemmo sudare le proverbiali sette camicie per riuscire a riprenderla e riportarla alla ragione.

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