5.

Il popolo in sé non esiste; esistono interessi specifici, corpi intermedi, autonomie. L’ideologia del rapporto diretto fra il capo e la massa è la via maestra a soluzioni autoritarie. La democrazia vive di mediazione. È politeistica nella sua essenza. Il leader deve essere a guida di un gruppo dirigente di persone competenti, con base sociale e voti loro.

(Massimo Cacciari, Corriere della Sera, 21/04/2019)

“Tutto è perduto fuorché l’onore”

<<Tutto è perduto fuorché l’onore>> è un aforisma famosissimo di rara bellezza consegnatoci dalla Storia. “Tout est perdu fors l’honneur”, scrisse Francesco I di Valois, re di Francia, alla madre Luisa di Savoia la sera della disfatta di Pavia (24 febbraio 1525). Sono le parole di un uomo sconfitto che esprime tutta la sua amarezza per la disfatta subìta, ma è anche la presa di coscienza di un monarca – il cui grande desiderio era quello di aumentare prestigio e potere e di essere custode gelosissimo dell’onore – che aveva perso tutto ciò per cui aveva combattuto. Tutto, fuorché l’onore, che Aristotele considerava il più grande dei beni esteriori in quanto l’onore appartiene in senso proprio solo a ciò che è più elevato, e poi anche agli uomini più nobili e alle più belle azioni. Il senso dell’onore è espressione della cultura del momento e quindi dell’evoluzione sociale: ogni società elabora un proprio senso dell’onore. Un tempo l’onore era sinonimo di sacrificio in presenza di determinate situazioni di difficoltà proprie e altrui o di un atto eroico; oggi, tranne che qualche sporadica eccezione relativa ad atti di eroismo della gente comune, gli onori vengono riservati in genere al politico che diventa “onorevole” e agli apicali della nostra società. Sulla base di questo principio ci si allontana sempre di più dall’antica consuetudine che premiava il sacrificio, l’atto eroico, le eccellenze culturali, ovvero tutto ciò che dava lustro all’umanità e non al potere personale.

“Se non apri il rubinetto l’acqua non scorre”

<<Rialzati ogni volta che cadrai e riprendi il cammino più determinato che mai. A prescindere da dove arriverai alla fine del viaggio, l’importante è non avere rimpianti. Accetta le sfide che la vita ti propone perché quando veniamo sfidati riusciamo a dare il meglio di noi stessi. Non farti limitare dagli ostacoli, dagli altri, dal sistema. In ogni occasione metti in campo sempre il meglio di te, dai tutto quello che hai, fino in fondo, senza riserve e… non allentare la presa, neanche quando certe situazioni sembrano insuperabili! Come si superano le situazioni insuperabili?! Non si superano: si va avanti e basta!!! La vita, in fondo, è una recita: sta a te decidere sei vuoi interpretare il ruolo di protagonista o essere un’anonima comparsa. Se veramente lo vuoi, puoi rendere possibile l’impossibile… La scelta è solo tua: puoi atteggiarti a vittima e perseverare in questo atteggiamento per tutto il resto della tua inutile vita, oppure “tirare fuori le palle” e lottare con determinazione per vivere alla massima espressione. Impara le regole del gioco e poi gioca meglio di tutti!>> Questo virgolettato in particolare, estrapolato dal mio libro “Cavalcare verso il tramonto”, da qualcuno è stato giudicato fuori dal tempo… Caro amico, è vero che parlare è facile e il difficile è mettere in pratica, voglio ricordarti però che se non riesci a vincere la naturale pigrizia e passare all’azione ti sei dimenticato che: se non apri il rubinetto l’acqua non scorre!

A “cazzimma”

Navigando in Rete cercando la risposta alla domanda “che cos’è la cazzimma?”, pilotato da Google, mi sono ritrovato sul sito dell’Accademia della Crusca che, in tema di Lingua italiana, è “Cassazione”. Dopo un’attenta lettura, mi sono accorto che cazzimma è uno dei termini più difficili da tradurre dal napoletano all’italiano e che, per quanto concerne il significato, a seconda delle coordinate geografiche, esiste un’accezione negativa (autorità, malvagità, avarizia, pignoleria, grettezza) [Dizionario storico dei gerghi italiani di Ernesto Ferrero] ed un’altra più soft data da Pino Daniele nella canzone: A me me piace ’o blues. Il cantante napoletano spiega magnificamene il concetto: “Chi non è napoletano e non ha mai avuto modo di sentire questo termine, si chiederà giustamente di che si tratti. Ebbe’, “cazzimma” è un neologismo dialettale molto in voga negli ultimi tempi. Designa la furbizia accentuata, la pratica costante di attingere acqua per il proprio mulino, in qualunque momento e situazione, magari anche sfruttando i propri amici più intimi, i propri parenti […]. È l’attitudine a cercare e trovare, d’istinto, sempre e comunque, il proprio tornaconto, dai grandi affari o business fino alle schermaglie meschine per chi deve pagare il pranzo o il caffè” [http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/cos-cazzimma].

“Panem et circenses”

“Panem et circenses”, ovvero “pane e divertimenti”, è una celebre locuzione latina che rendeva e rende l’idea che ai governanti basta assicurare il necessario per sopravvivere al popolo e distrarlo con divertimenti vari, per conquistarne il consenso. Ai tempi dell’antica Roma, la distribuzione di generi alimentari da un lato e i gladiatori, le belve feroci, le competizioni sportive e le rappresentazioni teatrali dall’altro erano gli “ingredienti” appropriati per guadagnarsi il favore popolare. Anche oggi il principio è sempre lo stesso. Politicamente, ad esempio, si pubblicizzano elargizioni del tipo “reddito di cittadinanza” o riduzione delle tasse oggi per poi raddoppiarle domani, o ancora la “carta fedeltà” dei supermercati da un lato; la televisione, il calcio e le “carnevalate” di piazza dall’altro, narcotizzano l’opinione pubblica. L’informazione è potere, soprattutto quando è strumentalizzata. I programmi televisivi d’intrattenimento puntano sul gossip e i “talk-show” sono colmi di banalità e turpiloqui che sponsorizzano l’ignoranza e la maleducazione. Gli sport di massa, il calcio in particolare, svolgono una vera e propria funzione anestetizzante con sfottò, litigi e interminabili discussioni al bar che distolgono l’attenzione dalle cose veramente importanti; il culmine lo si raggiunge quando si vince un campionato del mondo: i caroselli con le auto e gli sventolii di bandiere ci fanno sentire tutti fratelli. Infine, il Carnevale, con le maschere, le sfilate, i fenomeni da baraccone…

“Piacere, Peppe Brescia”

Navigando in rete mi sono imbattuto in un videoclip dei Fratelli Katano: una ballata rock dal titolo “Lo chiamavano Peppe Brescia” che racconta la vicenda del poeta metropolitano Peppe Brescia di Napoli. Il personaggio fu molto popolare tra gli adolescenti degli anni ’70 e ’80. “Piacere Peppe Brescia, casta mano casto pesce”, come ci ricorda la canzone, era un saluto in voga tra i giovanissimi del tempo. Ero giovane a quel tempo e ricordo che questa consuetudine si diffuse in un batter di ciglia. Confesso che anch’io mi ero conformato e ogni volta che incontravo qualche amico, nel dargli la mano pronunciavo “la formula magica”… ad onor del vero devo chiarire che la frase era stata leggermente rivisitata. Dalle mie parti, infatti, il vezzo era quello di stringere la mano dicendo con un tono di sottile ironia, carico di significato: “Piacere Peppe Brescia, questa è la mano e questo il pesce”. Quando capitava di incontrare un volto nuovo ne approfittavamo per tendere la mano, ecc. ecc. Ovviamente gli incontri con le ragazze erano più graditi. Ricordo che un giorno mentre passeggiavo in compagnia di un amico, quest’ultimo, non appena ci imbattemmo in un nostro coetaneo, colse l’occasione al volo e cominciò a recitare il solito canovaccio. Sarà stato che non tanto si sopportavano oppure che lo sfottò era troppo evidente, fatto sta che se le diedero di santa ragione. Sembravano Nino Benvenuti ed Emile Griffith che si sfidavano per il titolo mondiale dei pesi medi…

4.

Da un lato c’è la via in salita che trasforma la mancanza in inventiva: il culto, la politica, l’arte, la scienza, il lavoro, e tutto ciò che l’uomo crea proprio perché la felicità gli manca. I Greci imboccarono questa via e della sofferenza fecero un cammino. Non la rimossero, ma la trasformarono in occasione: non fuggirono in un mondo in cui morte e dolore non esistono, anzi ne fecero la scuola dell’arte di vivere. Il pathei mathos, «conoscere attraverso il dolore», è il fiero realismo di chi accetta la sofferenza come sfida creativa: «Persino nel sonno gocciola nel cuore,/e la saggezza giunge anche a chi la respinge» scrive Eschilo nell’Agamennone. Di fronte al muro del destino i Greci provarono ad aprire una breccia: esistere è resistere, agire, creare. Per questo cercarono la bellezza immortale: tutta la loro «conoscenza», dalla politica all’arte, nasce dal tentativo di dare senso alla ferita mortale e originaria dell’uomo. Questo è anche il metodo di Aristotele, la via aperta dall’etica del bene: per essere felici la strada è impegnarsi a fare la cosa giusta ed evitare di fare il male.

Dall’altro lato c’è una via in discesa che rifiuta la vita così com’è o ne fa un alibi per disimpegnarsi. La mancanza non è vita e va rimossa, la sofferenza non serve a nulla, il limite non può diventare ricerca. Fontana tagliava le tele per ricordarci che abbiamo ferite-feritoie da tenere aperte per affacciarci sulla realtà, ma noi corriamo a chiuderle e cancelliamo le cicatrici con un photoshop mentale. È la via scelta dall’etica del successo e del piacere: alle domande sulla sofferenza spesso si risponde cambiando discorso o regalandosi sempre nuove distrazioni. Ne vedo gli effetti su ragazzi in preda al panico di fronte al dolore e al fallimento. Nei loro cuori e menti cresce il “non senso”, il cancro dell’azione e del desiderio: se la vita fa schifo perché devo impegnarmi? Fatemi gioire: happy hour, happy meal, happy pills… E se non potrò vincere e godere mi toglierò di mezzo.

(Alessandro D’Avenia, “L’Uovo e la Croce”, Corriere della Sera del 15/04/2019)

Piccole paranoie quotidiane

A tutti può capitare di dover convivere con piccole paranoie quotidiane, ovvero con i pensieri negativi che condizionano la nostra vita e quella di coloro che ci sono accanto. Lavarsi le mani con il disinfettante dopo aver accarezzato un gatto o un cane perché si potrebbe essere contagiati da una miriade di malattie e pretendere che anche gli altri familiari facciano altrettanto,  la mancanza di autostima che origina un’improvvisa voglia di mettersi a dieta, i tentativi di disintossicazione, le frequentazioni anche notturne di palestre, le imprecazioni per le creme anticellulite che non sortiscono l’effetto sperato, i continui sfoghi contro la malasorte che si accanisce contro di noi sono alcuni dei condizionamenti ricorrenti, ovvero, piccole ma non tanto innocue paranoie quotidiane che fanno parte di un vasto e variegato campionario. Per “paranoia” s’intende una forma di pensiero governata dalla sfiducia e dal sospetto. Si tratta di un pensiero intenso e irrazionale che porta ad interpretare le azioni degli altri come minacciose o denigranti e di situazioni in cui ci sentiamo in pericolo o siamo insicuri. Nel caso, con la partecipazione attiva della famiglia che fornirà un valido supporto, urge recuperare tranquillità e sicurezza, trovare il modo di ridurre lo stress, seguire una sana alimentazione. In altre parole, adottare uno stile di vita equilibrato che aiuti a gestire i problemi legati al disagio e alla sofferenza psichica.

Profumo di pane appena sfornato

Ogni volta che passo in prossimità di un panificio il profumo del pane mi delizia e il ricordo va a mia madre e al giorno in cui faceva il pane. È uno dei ricordi più cari legati alla mia infanzia. Era una consuetudine che si ripeteva circa ogni decina di giorni. Nel cuore della notte, mentre io e papà dormivamo, lei provvedeva alla preparazione dell’impasto. Prelevava dal sacco la farina occorrente, la versava nella madia e poi faceva un grande buco al centro, simile ad un cratere. A seguire, aggiungeva il sale e, per ultimo, il lievito madre. Gradualmente, aggiungendo l’acqua per favorire il giusto amalgama, a forza di braccia impastava accuratamente almeno per un paio d’ore. Prima di andare a letto copriva la madia con degli strofinacci puliti e delle coperte per non disperdere il calore e favorire la lievitazione. Il mattino dopo, mamma suddivideva l’impasto in tante pagnottelle che venivano messe nelle apposite ceste per continuare la lievitazione. Sul tardi si preparava il forno per la cottura. Inizialmente era papà che procurava le fascine e le accendeva nel forno, successivamente subentrava mamma per controllare che arrivasse alla temperatura giusta. La cosa che mi mandava in sollucchero era che prima di infornare il pane, mamma, per la gioia del mio palato, faceva delle pizze con pomodoro che erano una vera squisitezza. Infine, infornava le pagnotte che, alla fine del ciclo di cottura, emanavano un profumo carico di promesse.

L’arbitro, un mestiere ingrato

Nonostante l’introduzione della tecnologia (leggasi VAR) nel mondo del calcio, recriminazioni, accuse e sospetti relativi all’arbitraggio, non solo non sono cessati ma sembra che addirittura ci sia stata una recrudescenza. La recente sfida tra Juve e Milan l’ha ribadito ancora una volta. Rigore dato o non dato, gol convalidato oppure no, espulsione o non espulsione, è sempre la solita storia: l’arbitro ha sempre torto. Nel corso di una sfida di alta o bassa classifica, magari sovraccaricata di significati da parte dei mezzi di comunicazione di massa e con i calciatori sempre pronti a protestare o a simulare è facile andare al di là del semplice errore dell’arbitro. Come attenuante bisogna considerare che quando si tratta di giudicare un tocco di mano o di braccio nell’agonismo del gesto atletico è facile prendere qualche abbaglio. È vero che c’è il supporto della tecnologia, però è sempre l’uomo che deve decidere nella bolgia di uno stadio di tifosi imbufaliti, tra rumori assordanti, sfottò e cori spesso razzisti. Accusare l’arbitro di sudditanza psicologica è diventata ormai una prassi. Indubbiamente commettere un errore contro una grande potrebbe costare caro in termini di esclusione per qualche periodo da parte dei vertici arbitrali. Ma qui entra in gioco la personalità dell’arbitro. Purtroppo, non c’è nulla da fare: per i furibondi tifosi della squadra perdente il direttore di gara rimarrà sempre un “arbitro cornuto”. È un classico. Triste destino essere considerato, a prescindere, un capro espiatorio.