Una delle figure più significative dell’“Odissea” di Omero è quella di Penelope, fedele sposa del Re di Itaca Ulisse. La storia è arcinota: nonostante vent’anni di lontananza dello sposo e le infinite pressioni a cui è sottoposta dai pretendenti alla sua mano che si sono insediati nella sua casa approfittando dell’assenza dell’eroe, ella riesce a rimandare il matrimonio con un sotterfugio: promette che sceglierà lo sposo solo dopo aver terminato di tessere una tela che tesse di giorno e disfa di notte.

   A parte la seduzione esercitata dall’immagine della sposa fedele che resiste alle lusinghe del mondo e vive nella speranza di riabbracciare il marito e che l’unico modo per raggiungere l’obiettivo era procrastinare “sine die”, vorrei sottolineare che la procrastinazione è una delle principali cause dei nostri insuccessi e fallimenti. Procrastinare, infatti, significa rinviare a domani. Che poi, di rinvio in rinvio, finiamo per rinviare a tempo indeterminato.

   Una delle più comuni modalità di procrastinazione è “inciuciare” sui social. Trascorriamo ore e ore a “cazzeggiare” su Internet trascurando le attività che effettivamente aggiungono valore alla nostra vita. Ancora, essere continuamente distratti da tantissime altre cose che da irrilevanti diventano una questione di vita o di morte. E che dire dell’essere perfezionisti ad ogni costo, oppure, complice la crisi che ha colpito il mondo del lavoro, accumuliamo corsi di formazione su corsi, diplomi su diplomi, continuando a rimandare all’infinito l’ingresso nel mondo del lavoro.

   Sembra che ogni cosa, deliberatamente, sia finalizzata a rimandare il momento di mettersi in gioco ed entrare in competizione. Coloro che aspettano il momento giusto – che non arriva mai – per passare all’azione sono destinati, nel migliore dei casi, a raccogliere le briciole lasciate dagli altri.

   Essendo che la procrastinazione viene alimentata dalla menzogna, il procrastinatore è un bugiardo impenitente e le principali bugie le dice a se stesso. Basta smettere di mentire e l’è bella e servita.

Luigi Lavorgna

Un pensiero riguardo “La sindrome di Penelope

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