Secondo Wilfred R. Bion, famoso psicoanalista britannico, come scrive la dott.ssa Annalisa Scaffidi, psicologa e psicoterapeuta https://annalisascaffidi.wordpress.com/2018/03/22/il-lavoro-dellanalista-reverie-e-capacita-di-sognare/, pensare, apprendere, conoscere e crescere, è possibile solo se esiste una relazione, che costituisce l’elemento fondante della mente. Per lo studioso d’oltremanica, infatti, qualsiasi processo conoscitivo è intrinsecamente relazionale.

   All’interno di una relazione, la capacità empatica di entrare in sintonia con i bisogni e gli aspetti emozionali profondi dell’altro (capacità di rêverie) è fondamentale. Il pensare è una funzione della relazione.

   La rêverie è lo strumento che consente alla mamma di accogliere e comprendere le comunicazioni affettive del bambino. In questo modo il bambino, sottolinea la dott.ssa Scaffidi, <<introietta anche una mente che pensa, cioè un oggetto capace di contenere e affrontare l’angoscia e questo permette lo sviluppo della sua stessa capacità di pensare.>>

   Così pure nel rapporto analista-paziente: durante una seduta di psicoterapia, il terapeuta diventa il contenitore delle emozioni o delle esperienze sensoriali che il paziente non riesce ad elaborare da solo e gliele restituisce depurate da significati angoscianti.

   Lo stesso dicasi del rapporto docente-discente.

   Ovviamente, il saper ascoltare, il comprendere e contenere è assolutamente imprescindibile per passare le funzioni trasformative alla mente del bambino, del paziente o del discente.

   Per quanto riguarda la mia esperienza personale di docente, sono sempre stato consapevole che senza la capacità empatica è difficile che si stabilisca una relazione emozionale tale da produrre risultati fruttuosi per le parti in causa.

   In teoria sembrerebbe tutto facile, ma nell’applicazione pratica s’inciampa in tanti ostacoli, all’apparenza innocui, come, ad esempio, il fatto che spesso diamo per scontato ciò che scontato non è; ovvero che un rapporto relazionale in cui manca il coinvolgimento di entrambe le parti, non può essere considerato tale. E qui entrano in gioco, sempre per restare nell’ambito della scuola, oltre alle dinamiche comunicative e al carisma di colui che istituzionalmente è deputato alla trasmissione della conoscenza, anche il supporto di altri agenti educativi, in primis la famiglia.

   Purtroppo, la capacità empatica del docente, da sola, non basta per ottenere buoni risultati… ritorneremmo alla famosa “tela di Penelope” [https://luigilavorgna.wordpress.com/2019/12/30/la-sindrome-di-penelope/]: la scuola fa e la famiglia e la società disfanno.

Luigi Lavorgna

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