Un mio alunno, che chiameremo Nicola, un giorno mi chiese quale fosse la strada più rapida per raggiungere il successo. Premetto che era un tipo benvoluto dai compagni, soprattutto dalle ragazze, con la battuta sempre pronta, ma allergico allo studio. Risposi che conoscenza e motivazione, abbinate alla determinazione, erano un pacchetto di sicura efficacia per realizzarsi professionalmente. Immediatamente, attaccò con la solita solfa che era sfortunato, che era nato sotto una cattiva stella, che tutto gli si rivoltava contro, che la società era uno schifo, che non sempre il merito viene premiato e che il più delle volte chi sbaglia non paga. Finì l’ora e ci lasciammo con la promessa di riparlarne. Il giorno dopo, consegnai a ciascuno una copia della poesia di Pablo Neruda “non incolpare nessuno” con la consegna di leggere, meditare e commentare. Al termine, sbirciando tra gli elaborati, mi accorsi che Nicola non aveva fatto il commento. Alla mia richiesta di delucidazioni lui ripose che era tempo perso, che erano solo stronzate, che aveva ben altro da fare e via dicendo. Per un momento anch’io pensai che con lui era tempo perso… ma subito dopo, con un tono di voce pacato gli dissi: <<Se non la smetti di sprecare tempo crogiolandoti, progettando improbabili castelli in aria, facendo il perdigiorno in compagnia dei tuoi amici per ammazzare il tempo, resterai solo un povero illuso per il resto dei tuoi giorni. Non ammazzare il tempo… vivilo!>>

   Ecco, ammazzare il tempo, per molte persone oggigiorno, in ottica Covid-19, è una delle principali occupazioni in cima ai loro pensieri. Ovviamente si tratta di una situazione di emergenza che amplifica le ripercussioni. È una Torre di Babele. È l’apoteosi dei “social”: una pletora di informazioni, spesso contrastanti, ci piovono addosso e alimentano l’ansia e la paura. Non mi prolungo in dettagli, in quanto ognuno si è fatto una cultura in materia.

   In questi giorni di solitudine forzata abbiamo fatto esperienza sulla nostra pelle che proprio la solitudine, soprattutto quando è imposta, è intollerabile, in quanto profondamente radicata nell’essenza delle modalità e della pratica della vita umana, ovvero nel bisogno di essere in rapporto con il mondo esterno.

   Adattarsi non è facile, ma per non soccombere siamo costretti, volenti o nolenti, ad adattarci alle situazioni contingenti. Per Fromm l’adattamento può essere statico o dinamico. L’adattamento statico permette all’individuo di adeguarsi a nuovi contesti e a nuove situazioni senza intaccare la struttura del proprio carattere, come ad esempio un cinese che, trasferitosi in America, comunque conserverà il bagaglio culturale di provenienza.

   Parliamo di adattamento dinamico, quando si è costretti dalle circostanze. È il caso, ad esempio, di un padre rigido e autoritario che, intimidendo il figlio, lo spinge ad assecondarlo. Il ragazzo accumula dentro di sé rabbia e ostilità, ma comunque si adeguerà in quanto dissentire potrebbe essere pericoloso.

   Sintetizzando, l’accettazione spontanea è il presupposto dell’adattamento statico; la coercizione è alla base di quello dinamico che, pertanto, produce ostilità, nuovi impulsi e nuove ansietà.

   <<Sentirsi completamente soli e isolati – scrive Erich Fromm in Fuga dalla libertà – conduce alla disintegrazione mentale proprio come l’inedia fisica conduce alla morte. Questo essere in rapporto con gli altri non si identifica con il contatto fisico. Un individuo può essere solo in senso fisico per molti anni, e tuttavia può essere in rapporto con idee, valori o almeno modelli sociali che gli danno un sentimento di comunione e di “appartenenza”. D’altro canto può vivere in mezzo alla gente, e tuttavia esser sopraffatto da un totale sentimento di isolamento, il cui risultato, se supera un certo limite, è lo stato di follia rappresentato dai disturbi schizofrenici. Possiamo chiamare solitudine morale questa mancanza di rapporto con valori, simboli, modelli; e affermare che la solitudine morale è intollerabile quanto la solitudine fisica, o piuttosto che la solitudine fisica diventa intollerabile solo se implica anche la solitudine morale. Il rapporto spirituale con il mondo può assumere molte forme: il monaco in cella, che crede in Dio, e il prigioniero politico. tenuto in isolamento, che si sente unito ai suoi compagni di lotta, non sono moralmente soli.>>

   Un altro grande filosofo, F. Nietzsche informava: <<La mia solitudine non dipende dalla presenza o assenza di persone, al contrario, io odio chi ruba la mia solitudine, senza, in cambio, offrirmi una vera compagnia.>>

   Personalmente sono in sintonia con entrambi. Sono consapevole che l’uomo è un essere sociale e pertanto non può vivere come un eremita isolato dal resto del mondo, ma nello stesso tempo ho bisogno di raccogliermi in solitudine per staccare la spina durante la giornata per dialogare con me e meditare. Nello stesso tempo sono consapevole dell’unicità di ogni essere umano e del fatto che ogni singola persona reagisce in modo diverso di fronte alle circostanze.

   C’è chi si sente come un naufrago che, in balia delle onde, non sa nuotare e chi dalle contingenze trae nuova linfa e nuovi stimoli; chi in ogni circostanza guarda il lato positivo e chi il lato negativo.

   Così è per la solitudine: c’è chi la considera una medicina per l’anima in quanto gli permette di dialogare liberamente con se stesso, di non dover censurare ogni parola che dice per paura che possa essere travisata o peggio ancora strumentalizzata, di approfondire la conoscenza dei propri punti di forza e quelli di debolezza e, magari, di ritrovare una qualche dimensione di se stesso che si era momentanea smarrita.

   E c’è chi la solitudine la vede come una prigionia, una condanna senza appello, che lo consuma, lo incupisce e lo imbruttisce. In questo secondo caso, inevitabilmente, fanno capolino noia, apatia, indolenza, ansia, ecc.

Per approfondire questo tema suggerisco questi tre link:

https://www.nonsprecare.it/come-essere-felici-con-le-piccole-cose

https://www.nonsprecare.it/danni-solitudine-conseguenze-salute-depressione

https://luigilavorgna.wordpress.com/2020/03/19/pippe-mentali-vs-coronavirus/

 

   Come si evince, durante questo nostro viaggio saremo in ottima compagnia: ci affiancheranno tanti buoni maestri pronti a dissipare ogni dubbio. Primo fra tutti Erich Fromm, famoso psicanalista, filosofo e sociologo di origine tedesca, scomparso da qualche anno. A seguire, avremo modo di conoscere, sempre tra i contemporanei il prof Umberto Galimberti anch’egli al pari di Fromm, psicanalista, sociologo e filosofo, nonché accademico, il psicanalista e accademico Massimo Recalcati e tanti, tanti altri ancora.

   Personalmente, in questi giorni sono ancora impegnato nella lettura di L’arte di essere fragili, come Leopardi può salvarti la vita di Alessandro D’Avenia, scrittore contemporaneo di successo che già mi aveva conquistato con i suoi articoli sulla prima pagina del Corriere della Sera. Da quando ho letto il suo romanzo d’esordio Bianca come il latte, rossa come il sangue, sono diventato un suo affezionato lettore. Il saggio dedicato a Giacomo Leopardi lo sto centellinando: è una miniera inesauribile, che mi ha conquistato fin dalle prime battute, procurandomi profonde emozioni. Approfitto per proporre alla vostra attenzione una citazione che merita una riflessione: <<Ci accontentiamo della continua ripetizione di esperienze ed emozioni, che alla lunga annoiano o spingono alla ricerca di sensazioni sempre più forti, fino a quella più forte di tutte, l’autodistruzione.>>

   Una preghiera: non lesinate sull’utilizzo del vocabolario. Ai miei tempi esisteva solo il dizionario cartaceo con diverse centinaia di pagine da sfogliare e, per trovare il significato di una parola occorrevano tempo e pazienza. Oggi ci sono diversi vocabolari on-line a portata di clic, e per chi vuole che il suo linguaggio sia appropriato e il suo vocabolario ricco, o non vuol correre il rischio di prendere “fischi per fiaschi”, la vita dovrebbe essere più facile. Il condizionale è d’obbligo in quanto nonostante tanta abbondanza di fonti la cosa ci lascia per lo più indifferenti.

   Siate sempre pronti a cercare l’esatto significato di ogni parola. Ogni volta che studiate o fate i compiti se vi imbattete in una parola o un concetto che non sono chiari, non andate avanti senza prima chiarirvi le idee. È una procedura che deve diventare un’abitudine.

   Chiudo questa prima lezione con due perle: una poesia di Pablo Neruda e un aforisma di Bruce Lee sui quali vi invito a meditare.

Non incolpare nessuno

Non incolpare nessuno,

non lamentarti mai di nessuno, di niente,

perché in fondo

Tu hai fatto quello che volevi nella vita.

Accetta la difficoltà di costruire te stesso

ed il valore di cominciare a correggerti.

Il trionfo del vero uomo

proviene delle ceneri del suo errore.

Non lamentarti mai della tua solitudine o della tua sorte,

affrontala con valore e accettala.

In un modo o in un altro

è il risultato delle tue azioni e la prova

che Tu sempre devi vincere.

Non amareggiarti del tuo fallimento

né attribuirlo agli altri.

Accettati adesso

o continuerai a giustificarti come un bimbo.

Ricordati che qualsiasi momento è buono per cominciare

e che nessuno è così terribile per cedere.

Non dimenticare

che la causa del tuo presente è il tuo passato,

come la causa del tuo futuro sarà il tuo presente.

Apprendi dagli audaci,

dai forti

da chi non accetta compromessi,

da chi vivrà malgrado tutto

pensa meno ai tuoi problemi

e più al tuo lavoro.

I tuoi problemi, senza alimentarli, moriranno.

Impara a nascere dal dolore

e ad essere più grande, che è

il più grande degli ostacoli.

Guarda te stesso allo specchio

e sarai libero e forte

e finirai di essere una marionetta delle circostanze,

perché tu stesso sei il tuo destino.

Alzati e guarda il sole nelle mattine

e respira la luce dell’alba.

Tu sei la parte della forza della tua vita.

Adesso svegliati, combatti, cammina,

deciditi e trionferai nella vita;

Non pensare mai al destino,

perché il destino

è il pretesto dei falliti.

Pablo Neruda

 

“Non temo l’uomo che ha praticato 10.000 calci una volta, ma temo l’uomo che ha praticato un calcio 10.000 volte.” (Bruce Lee)

Alla prossima.

Luigi Lavorgna

2 pensieri riguardo “1. Ammazzare il tempo

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