<<Le nostre origini, la storia della nostra famiglia – scrive Luana Casalnuovo sul sito web Metis Magazine –  sono come le radici di un albero: sono fondamentali, ci sostengono e danno nutrimento alla nostra identità. Per questo è importante conoscerle e tramandarle, insieme all’orgoglio di possederle. Come sempre, infatti, la non conoscenza non cancella le cose, ma rende tutto più difficile, dando origine a vuoti che in mancanza di elementi oggettivi vengono riempiti di immaginazione, con il rischio di proiettare fantasie, ansie e paure.>>

<<Il nostro luogo di origine – gli fa eco Sandra “Eshewa” Saporito sul sito online Eticamente – deciderà dei valori che diventeranno i nostri pilastri, cresceremo con una mentalità, una visione del mondo particolare, ma a volte capita che quelle idee tramandate dal passato ci impediscono di seguire un genuino impulso a “fruttificare”, a creare qualcosa di nuovo, di totalmente nostro.>>

Come sono lontani gli anni della mia infanzia! Erano gli anni della spensieratezza, delle lunghe passeggiate per le strade di campagna, dei giochi con pulcini, galline, gattini, vitellini e via dicendo. Era l’epoca dei sogni ad occhi aperti, delle letture meravigliose, delle mirabolanti avventure vissute con la fantasia. La televisione muoveva timidamente i primi passi e anche la diffusione degli altri media non aveva certo raggiunto i livelli attuali. La maggiore fonte d’informazione era la tradizione orale, attivissima nelle lunghe serate d’inverno trascorse vicino al camino acceso, mentre si sgranocchiavano semi e bruscolini che i più grandi accompagnavano con qualche bicchiere di vino. E magari proprio mentre fuori sibilava forte il vento facendo sbattere qualche porta, c’era in ballo una storia di streghe o di lupi mannari… Era un cocktail che funzionava a dovere nel fare accapponare la pelle!

Era il tempo in cui ai bambini si raccontava la favola della cicala e della formica di Esopo. La storia è nota: la formica, durante l’estate, lavora duramente per mettere da parte le provviste per l’inverno, mentre la cicala preferisce cantare tutto il giorno. Arriva l’inverno e la formica, avendo accumulato molte provviste, non ha problemi per mangiare; la cicala, invece, non avendo cibo, sente i morsi della fame, ma non avendo di che sfamarsi va dalla formica e le chiede qualcosa da mangiare. La formica ribatte: «Io ho lavorato duramente per accumulare tutto ciò, tu invece, che cosa hai fatto durante l’estate?» «Ho cantato» risponde la cicala. E la formica di rimando: «E allora adesso balla!»

La morale è evidente: chi nulla fa, nulla ottiene.

Mio padre, per motivarmi al risparmio e al lavoro mi diceva spesso:<<Ricordati della cicala e della formica.>>

Allora, si avvertiva nell’aria una staticità quasi solenne, una sensazione di solidità e di certezze legate essenzialmente alla tradizione e ad eventi che ciclicamente si riproponevano. Retaggio di un mondo che non esiste più. Se dovessi scegliere un simbolo per dare un’idea di quel mondo opterei per la quercia. La quercia è un albero maestoso, simbolo di forza, di stabilità, di resilienza e di longevità. Era tra le ultime piante a lasciar cadere le foglie in autunno e, d’estate, con la sua ombra offriva ristoro ai mietitori in giugno e luglio.

Una parte cospicua del mio bagaglio culturale è rappresentata dalla cosiddetta saggezza popolare che per me è stata un valore aggiunto, ovvero l’insieme di proverbi, veri e propri slogan, a cui stato demandato il compito di distillare e rendere fruibile, appunto, la saggezza popolare. Fin da piccolo ne ho memorizzato un gran numero e mi piacerebbe presentarveli tutti, ma per ovvie ragioni, potrò citarne solo alcuni. La selezione che vi propongo, pertanto, non pretende di essere esaustiva.

L’erba del vicino è sempre più verde

Sempre più spesso, accade di sentire, nei posti più disparati, da professionisti, impiegati, uomini, donne, con un tono tra il serioso ed il faceto, che il loro sogno nel cassetto è quello dedicarsi alla vita dei campi o quanto meno di coltivare l’orticello. Quello della vita all’aria aperta, della fuga dalle inquinatissime città, del procacciarsi da vivere coltivando la terra è un tema a la page, e sempre più gente, che magari la campagna l’ha vista solamente in cartolina, si dichiara disposta a lasciare il lavoro d’ufficio e pronta a lanciarsi in una nuova inebriante avventura. Soltanto raramente si ode qualche voce discorde che ammonisce che la vita nei campi sarà pure vero che è sinonimo di aria salubre, di fisico asciutto e tonificato e via dicendo, ma, soprattutto, è sinonimo di fatica. Provare per credere, invitava, qualche anno fa, Guido Angeli dagli schermi televisivi privati nel corso di uno spot pubblicitario. In effetti, tutto considerato, quest’aspirazione è comprensibilissima. Il ritmo frenetico della vita moderna, infatti, brucia con una velocità incredibile speranze, illusioni, certezze e, inoltre, genera ansia, stress, frustrazioni, paura, ecc. Giornalmente veniamo a conoscenza di frodi e sofisticazioni perpetrate a danno della nostra salute. Le cronache riferiscono notizie sconfortanti: arance al mercurio, patate bombardate con l’atomo, ecc. Come se non bastassero le massicce dosi di pesticidi con cui vengono trattate frutta e verdura o gli animali da macello allevati con estrogeni. E ancora vino al metanolo, melanzane killer, farina e latticini radioattivi, uova portatrici di salmonellosi, mucca pazza, ecc. Come difendersi da questa vera e propria catastrofe? La risposta è semplice: il “fai da te”. Ed ecco allora che durante l’estate, tantissime persone si dedicano a imbottigliare litri di salsa, a preparare vasetti di melanzane, di peperoni ed altro ancora. Una volta, anche io e mia moglie, sempre per difenderci in qualche modo da estrogeni e veleni vari, addirittura acquistammo un vitellino appena nato, per crescerlo utilizzando esclusivamente prodotti genuini, e poi ammazzarlo, congelarlo e mangiarlo poco alla volta.

Sorvolo sui dettagli relativi al lavoro, frenetico ed estenuante – assemblaggio di pezzi di legno, di stoffe, teli di plastica, cartoni, ecc. – per preparargli un ricovero idoneo a preservarlo dai rigori invernali. Ricordo che i miei figli di sette anni e tre anni – non stavano più nella pelle dalla gioia quando finalmente lo avemmo con noi. Lo battezzarono “Alvaruccio”, ispirandosi ad un noto cartone animato. Restò con noi sette mesi circa, e devo riconoscere che, nonostante tutto tutti i problemi che ci causò, è stato uno dei periodi più belli vissuto dalla nostra famiglia. Tre volte al giorno bisognava preparargli la farina latte, occorreva, inoltre, ripulire gli escrementi, mettere la paglia asciutta. Non vi dico, poi, la fatica per scavare nel cemento un piccolo canale di scolo per la pipì: mazzola e scalpello e via a picchiare sodo per ore. La paglia veniva consumata celermente, e allora via alla ricerca, tra parenti e amici, di altre balle. Trascorso qualche mese gli costruii una mangiatoia per poterlo nutrire con alimenti solidi. Mi servii di un vecchio lavandino da cucina che giaceva abbandonato e lo murai in modo tale che Alvaruccio potesse accedervi facilmente. Non vi sto ancora a tediare con tutte le problematiche dello svezzamento. Basta citare le assillanti richieste di consigli a persone più esperte e l’esborso di molti quattrini. Sappiate che in quel periodo il prezzo della farina latte subì tre aumenti. Vostra madre, man mano che cresceva aveva un po’ di paura ad avvicinarlo e allora io, tutte le mattine, prima di andare a scuola, dovevo prima accudirlo e poi potevo recarmi al lavoro. La cosa cominciava a pesarmi alquanto, anche perché, nonostante tutta l’accortezza, cominciavo a sentirmi costantemente addosso il suo odore. Di macellarlo non era il caso in quanto a sette mesi non ne valeva la pena, e allora pensammo di venderlo e, tra la costernazione generale di tutta la famiglia, ma anche con molto sollievo, Alvaruccio fu trasferito in un’altra stalla.

Chi fa da sé fa per tre

C’è stato un periodo in cui accarezzavo l’idea di fare il corrispondente de “Il Mattino” di Napoli e mi rivolsi ad un politico locale che promise il suo interessamento. Dopo due anni questo mio desiderio ancora non si concretizzava, decisi di agire in proprio e di presentarmi personalmente alla redazione dell’altro quotidiano partenopeo e cioè il “Roma”. Certo non mi cacceranno fuori – pensavo – tutt’al più mi diranno di non avere bisogno. Un bel mattino, raggiunti gli uffici, all’epoca siti al quarto piano del palazzo Lauro, chiesi di parlare con il direttore. Mi fu risposto che era in riunione, ma che potevo parlare con il segretario di redazione. A quel signore esplicitai il mio desiderio. Il giorno stesso mi adoperai per mandare la prima corrispondenza. Sapeste che grande gioia provai quando fu pubblicata. Giravo e rigiravo tra le mani il giornale e ammiravo il mio nome in calce evidenziato in neretto. Dopo circa due anni ottenni anche l’iscrizione all’albo dei giornalisti pubblicisti.

Chi si contenta gode

   Tante volte, certamente per legittimare il mio operato, ho sbandierato ai quattro venti che se tornassi a nascere rifarei le stesse scelte. Col cavolo!! E’ una bugia. Il rimpianto c’è sempre, credo che sia inevitabile: è nella natura stessa dell’uomo. Anche se è bello parlare adesso che si è accumulato un bagaglio di esperienza di tutto rispetto. Purtroppo non è concesso ad alcuno avere vent’anni e l’esperienza di cinquanta. Eppure volendo abbozzare un bilancio, devo ammettere che, in fondo, ho centrato quasi tutte le mie “utopie adolescenziali”. Volevo fare il professore ed è esattamente quello che faccio; volevo fare il giornalista e sono direttore responsabile di un piccolo “foglio” locale; volevo fare lo scrittore ed effettivamente ho scritto diverse cosucce. Oddio, non sono diventato un famoso professore come Umberto Eco, né un giornalista del livello di Enzo Biagi, né tantomeno uno scrittore popolare come Luciano De Crescenzo, ma cerco sempre di rammentare a me stesso che “chi si contenta gode”.

L’apparenza inganna

Da adolescente acquistai il libro “Il manuale del conquistatore” con la speranza di impossessarmi di chissà quali segreti per fare strage di cuori femminili. Immaginate la mia delusione quando, scorrendo avidamente le pagine, invece dell’agognata soluzione fui costretto a sorbirmi un elenco interminabile di consigli del tipo: capelli sempre puliti e pettinati con cura, piega dei pantaloni perfetta e via di questo passo!

In quell’occasione capii che le ricette irresistibili calate dall’alto sono autentiche chimere e che la soluzione ai nostri problemi la dobbiamo cercare dentro di noi.

Per approfondire:

https://metismagazine.com/2018/12/07/lidentita-quanto-sono-importanti-le-nostre-radici/

https://www.eticamente.net/65100/le-radici-familiari-possono-nutrire-oppure-frenare-la-tua-vita.html?cn-reloaded=1

https://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/l_io_antico_e_l_io_selvatico

https://www.donatasalomoni.it/radici-familiari/

 

Alla prossima.

Luigi Lavorgna

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