Abbiamo bisogno dei classici

In momenti burrascosi come quelli che viviamo abbiamo bisogno dei classici, e non per una devozione da museo, ma perché classici sono i libri che sopravvivono alla prova del tempo, essendo riusciti a proteggere il destino dell’uomo dai suoi miraggi. Un classico, parola latina derivante probabilmente da un verbo che significava chiamare, è un appello a non perdere ciò che è umano nell’uomo, ciò che in lui permane: per chi e cosa val la pena vivere? Prendere in mano un classico è sì prendere un «mattone»… ma per la «r-esistenza».

[Alessandro D’Avenia, 48. Mattoni per la resistenza, Corriere della Sera 5 ottobre 2020]

Calcio, Covid, Caos

Credo che la vicenda relativa alla partita di cartello del campionato di calcio italiano prevista per questa sera, tra Juventus e Napoli, sia arcinota. Non voglio, pertanto, esprimere alcun giudizio anche perché non alcuna competenza, del resto hanno già provveduto persone più qualificate di me, però, come amante di questo sport meraviglioso che ha vissuto tempi migliori, voglio esprimere il mio rammarico per l’ennesimo pasticcio all’italiana. Chi ci capisce è bravo.

Non entro nei dettagli, lascio l’incombenza ad Alessandro Barbano che, sul sito online del Corriere dello Sport, scrive (cito integralmente):

<<Ventisette morti, duemilaottocentoquarantaquattro positivi, tra cui Elmas e Zielinski, ma a fare danni al calcio e al Paese, più della recrudescenza del Covid, è chi il Covid lo tira per la giacchetta. Lo stop di Juve-Napoli deciso dall’Asl partenopea con un colpo di teatro è lo specchio di un sistema che, di fronte alla pandemia, si mostra ancora impreparato e diviso. I club tornano a piegare l’emergenza ai propri interessi sportivi ed economici, archiviando protocolli e responsabilità faticosamente raggiunte. E la burocrazia sanitaria si muove come un elefante in una cristalleria. Prescrivendo la quarantena di 14 giorni per tutti gli azzurri, un medico ferma da solo il campionato e compromette seriamente la possibilità di portarlo a conclusione. De Laurentiis ottiene il risultato di non giocare a Torino con due uomini in meno, ma adesso la stagione è a rischio.

Il blitz dell’Asl di Napoli si avvale di un’ordinanza del 21 febbraio scorso del ministro Speranza, mai abrogata, che dispone la quarantena obbligatoria per tutti i contatti stretti di un positivo. Chi credeva che il protocollo della Figc, approvato a giugno dallo stesso ministero, avesse superato quell’ostacolo, oggi è costretto a ricredersi. In questo strano Paese c’è sempre una norma che ne contraddice un’altra e che, al momento giusto, può essere fatta valere dal burocrate di turno. Il campionato è ripartito sull’accordo che un positivo in squadra non avrebbe fermato il campionato, ma avrebbe imposto solo l’isolamento dei compagni e la verifica di nuovi tamponi prima della partita. Adesso sappiamo che la quarantena obbligatoria di 14 giorni può essere brandita come un’arma da una qualunque Asl locale, azzerando mesi di consultazioni, trattative, mediazioni tra la Figc e i virologi del comitato tecnico scientifico.

Immaginare di completare la stagione con queste premesse è irrealistico. Anche perché la sortita del medico napoletano è un precedente che può essere fatto valere da chiunque in qualunque altra provincia d’Italia. Anche l’Atalanta in questo momento ha un positivo. Se il collega bergamasco del medico napoletano si adeguasse alla prassi, da domani tutti gli uomini di Gasperini sarebbero in quarantena.

La Juve ha annunciato che oggi si presenterà all’Allianz Stadium, come se nulla fosse. L’immagine dei bianconeri che fanno riscaldamento e aspettano con l’arbitro l’arrivo impossibile dei rivali azzurri sarà allora una pantomima grottesca, e insieme la prova che ognuno risponde a regole e autorità diverse. A quel punto il Paese e il calcio torneranno a offrire nella lente d’ingrandimento del Covid l’immagine peggiore di sé.>>

Alessandro Barbano

domenica 4 ottobre 2020 12:35

Ah, quasi dimenticavo, che classe eccelsa la vecchia signora del calcio italiano!

Luigi Lavorgna

Caro nipoto

Caro nipoto, dopo che hai partuto per venire in inglilterra, mi sento comm si avess pers na cosa mpurtant. Ti vulevo dicere che quanno stavi a casa mi facevi incazzeggiare tutti i iuorni, mò che stai luntano mi spiace assaie. Quanno mi aizzo a matina u primmo pensier e pe te.

Tengo na dumanda pe te… ma pecché si iuto allestero? Pecché nun ti sei stat a casa? Pecché me dat stu pensier? Ma u sai che m sent tradit? Te vulevo nu sacco e ben e tu me abbandunat. Devi sulaamente mettete scuorn, e capit?

Va buon, nun fa nient, me so sfugato, nun pensà a me, i so nu petresino che nun guast menestra.

Pensa afaticà e a truvart na bella guagliona e non t scurdà e me scriv. E capit?

Statt buon.

Luigi Lavorgna

Sporcata dal senso

OpinioniWeb-XYZ

Foto da Pixabay

Avete mai provato la scrittura per “libera associazione”? Far fluire liberamente dal proprio inconscio pensieri, parole, emozioni senza il filtro cosciente che impone la correttezza e soprattutto la coerenza nei discorsi che facciamo a noi stessi e agli altri. Non è strettamente necessario essere guidati da uno psicoterapeuta, piuttosto bisogna calarsi in uno stato di rilassamento profondo e lasciar fluire le parole sulla carta, scriverle prima ancora che il pensiero stesso le possa formulare, correre verso una meta senza averne in realtà alcuna; poi fermarsi quando il senso e la logica ricominciano ad emergere prepotenti e guidare, imporre il suo ferreo controllo! Lacan affermava che anche “l’inconcio è strutturato come una lingua”, il problema è che noi lo silenziamo e celiamo perfino a noi stessi! Girarsi un attimo dall’altra parte può portare a risultati sorprendenti. Era il mese di dicembre del 1999 quando scrissi queste poche righe…

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La tecnica come forma assoluta di razionalità

Questo post su Facebook ha attirato la mia attenzione e dal momento che trattava un argomento al quale sono molto sensibile ho deciso di citarlo integralmente sul mio blog. Per me personalmente. a prescindere dalle tesi del prof Galimberti e del Guasti che, tra l’altro in alcuni punti convergono, è difficile esprimere un giudizio definitivo pro o contro la tesi galimbertiana che definisce la tecnica come la forma assoluta di razionalità, prima perché in tema di filosofia sono un dilettante e secondo per il fatto che, sempre secondo me, in ogni cosa convivono i pro e i contro.

Ad ogni modo, ecco il post del Guasti:

<<Ho sempre voluto fare questa domanda al Prof Galimberti, che stimo, ma nonostante due sue conferenze, a cui ho assistito non ce l’ho fatta.

La domanda è questa:

Prof Galimberti lei definisce la tecnica come la forma assoluta di razionalità; sotto di lei ci sta la tecnologia, l’economia, la politica ecc.

Secondo il suo pensiero, la tecnica disumanizza l’uomo, esso diventa un mezzo e non più un fine della tecnica, in essa non c’è fine se non solo quello di autopotenziarsi.

Questo suo pensiero lo condivido in parte.

Un domani se l’uomo potrà sconfiggere il cancro, sarà per la tecnica, se un domani si potrà trapiantare organi malati con artificiali, sarà per la tecnica e infine se un domani l’uomo potrà abbandonare una terra morente grazie a astronavi, sarà per la tecnica.

La tecnica a mio avviso come concetto filosofico ha due facce. E non mi riferisco al caso del uso buono o cattivo che ne fa l’uomo, la tecnica come concetto a sé non distingue la bomba nucleare dalla modifica del genoma umano; e se invece fosse la tecnica il passaggio da homo sapiens a homo sapiens sapiens?

Se poi si mette l’etica e la morale come cinghie direzionali alla tecnica, così umanizzandola e riconquistando il primato umano, c’è un grosso problema: chi dice cosa è giusto, cosa è sbagliato? E questo può valere per tutti? come se la legge morale sia dentro ognuno di noi, così diceva Kant, ma se è dentro di me non può essere universale perché ognuno di noi è un io specifico.

Il pensiero del prof Galimberti sulla tecnica lo condivido, così come il pensiero dei filosofi che cita ,ma è un pensiero totalmente negativo; invece penso che nel marcio ci sia qualcosa di positivo ed sarà quello alla fine a fare sviluppare l’uomo e le sue conoscenze . Come ben ricorda il prof Galimberti l’uomo non ha istinto, l’animale si; L’uomo ha la tecnica ed è quella che tra errori e cose giuste ci porterà sviluppo e conoscenza.

Sottolineando che il pensiero svolto da Galimberti lo condivido totalmente, ma considero il tema non trattato in modo esaustivo, Galimberti ci fa vedere un lato della medaglia sottolineandone la negatività, in una visione pessimistica ma manca l’altra parte.

Se l’animale è istinto e vive nella natura in modo armonioso, l’uomo è tecnica e sperimenta il mondo andando avanti la sua conoscenza non si appaga indipendentemente da letture socio economiche.

La tecnica è il destino dell’uomo.>>

[Gaetano Guasti]