Ti amo più di ieri e meno di domani

Il ricordo degli anni dell’adolescenza è indelebile anche perché era il tempo delle prime cotte, dei battiti accelerati del cuore, dell’imbarazzo provato quando incontravo qualche ragazza che mi piaceva. Allora non c’erano il cellulare, Facebook, WhatsApp e via dicendo, pertanto comunicare tra innamorati, o soltanto corteggiare qualche ragazza, era più complicato. Credo che lo strumento più diffuso siano stati i “pizzini” e le lettere, rigorosamente recapitati a mano grazie a qualche amico o amica compiacente. Non passava giorno che in classe non venisse sequestrato qualche foglietto contenente un messaggio d’amore o una richiesta di fidanzamento che tramite il passamano cercava di raggiungere il destinatario. Solitamente ogni missiva terminava con una frase che godeva di molta popolarità tra noi ragazzi: “Ti amo più di ieri e meno di domani”. Ricordo che una volta la prof di francese intercettò un mio messaggio e lo lesse a voce alta a tutta la classe. Il mio viso si tinse di rosso porpora e… meglio soprassedere!

Luigi Lavorgna

Una lezione di vita

Un anziano insegnante incontra un giovane che gli chiede: <<Si ricorda di me?>>

Il maestro gli dice di no. Allora il giovane lo informa che è stato suo studente. E il docente gli chiede: <<Ah sì? E che lavoro fai adesso?>>

Il giovane risponde: <<Beh, faccio l’insegnante.>>

<<Oh, che bello come me?>>

<<Beh, sì. In realtà, sono diventato un insegnante perché mi ha ispirato ad essere come lei.>>

L’anziano maestro, curioso, gli chiede di raccontargli come mai. E il giovane gli racconta questa storia: <<Un giorno, un mio amico, anch’egli studente, è arrivato a scuola con un bellissimo orologio, nuovo e io l’ho rubato. Poco dopo, il mio amico ha notato il furto e subito si è lamentato con il nostro insegnante, che era lei. Allora, lei ha detto alla classe: “L’orologio del vostro compagno è stato rubato durante la lezione di oggi. Chi l’ha rubato, per favore, lo restituisca”. Ma io non l’ho restituito perché non volevo farlo. Poi lei hai chiuso la porta e ci ha detto a tutti di alzarci in piedi perché avrebbe controllato le nostre tasche una per una. Ma, prima, ci ha detto di chiudere gli occhi. Così abbiamo fatto e lei ha cercato tasca per tasca e, quando è arrivato da me, ha trovato l’orologio e l’ha preso. Ha continuato a cercare nelle tasche di tutti e, quando ha finito, ha detto: “Aprite gli occhi. Ho trovato l’orologio”. Non mi ha mai detto niente e non ha mai menzionato l’episodio. Non ha mai fatto il nome di chi era stato quello che aveva rubato. Quel giorno, lei ha salvato la mia Dignità per sempre. È stato il giorno più vergognoso della mia vita. Non mi ha mai detto nulla e, anche se non mi ha mai sgridato né mi ha mai chiamato per darmi una lezione morale, ho ricevuto il messaggio chiaramente. E grazie a lei ho capito che questo è quello che deve fare un vero educatore. Si ricorda di questo episodio, professore?>>

E il professore risponde:

<<Io ricordo la situazione, l’orologio rubato, di aver cercato nelle tasche di tutti ma non ti ricordavo, perché anche io ho chiuso gli occhi mentre cercavo.>>

Questo è l’essenza della docenza. Se per correggere hai bisogno di umiliare, allora non sai insegnare.

[dal Web]

Dimensione uomo [24]

Lo status

   Ognuno di noi occupa un posto in società corrispondente alla propria posizione sociale, perciò ogni schema sociale a cui si vuole fare riferimento è caratterizzato dall’insieme delle posizioni occupate dai vari membri in rapporto agli altri. Lo status, ovvero il prestigio, è strettamente collegato alla posizione sociale. La posizione detenuta consente all’individuo di essere titolare di diritti e di doveri, e gli impone una serie di altri comportamenti connessi ai rapporti con persone di altro status.

   Possiamo distinguere uno status soggettivo e uno status sociale. Il primo è inerente alla valutazione fatta da un individuo dei propri risultati in rapporto a quella che ritiene gli altri membri ottengano. Se un individuo si attribuisce dei risultati superiori agli altri siamo di fronte ad uno status soggettivo elevato, viceversa, se costui si attribuisce dei risultati inferiori parleremo di status soggettivo basso.

   Lo status sociale, invece, non è un’attribuzione individuale bensì è fatta dagli altri che valutano in un certo modo la posizione in oggetto, indipendentemente dalla persona che la occupa. Lo status sociale è strutturato gerarchicamente: un ristretto numero di persone si trova ad occupare le posizioni di vertice mentre la maggioranza occupa posizioni subordinate che vanno dai livelli intermedi a quelli più bassi. E’ determinato da fattori quali: istruzione, proprietà, reddito, attività professionali e di altro tipo. La distribuzione degli status può essere modificata nel momento in cui si verificano delle variazioni negli elementi strutturali.

   E’ stato notato che alcuni individui caratterizzati da uno status inferiore danno un appoggio tangibile alla struttura di status in cui sono inseriti. Questo si spiega probabilmente con il fatto che costoro riconoscono il valore delle posizioni più elevate in quanto possono avere una certa influenza su di essa. Di conseguenza l’individuo può ricevere una ricompensa in rapporto alla consistenza del contributo dato al gruppo. Non solo, ma quando più sarà ridotto il margine delle differenze d’influenza riscontrate inizialmente nei livelli di status, tanto minore sarà il controllo del comportamento degli altri membri che le persone aventi un’elevata influenza potranno mettere in atto.

   Come pure in una situazione in cui è possibile favorire una crescita qualitativa del proprio status, si è visto che persone aventi uno status inferiore sono ben predisposte nei confronti di altre che godono di uno status superiore. Mentre, invece, quando, sebbene non ci sia possibilità di elevazione del proprio livello di status, le sollecitazioni in tal senso sono notevoli, si sviluppano atteggiamenti ostili verso coloro che occupano posizioni di status superiori.

   Lo status viene assegnato sulla base di parametri quali la proprietà, il titolo di studio, il lavoro, ecc.; rappresenta il prestigio di cui gode una persona e, rendendoci titolare di diritti e doveri, genera aspettativa in merito al nostro comportamento.

(continua)

Luigi Lavorgna

Teneramente

L’accezione figurativa della parola tenerezza è un “profondo sentimento di dolcezza e affetto, spesso associato a commozione: parlare ai figli con t., ispirare dolcezza, suscitare compassione – azioni o parole affettuose, che esprimono sentimenti profondi” (dizionario online Sabatini Coletti). Il pessimista probabilmente rileverà che, considerata la turbolenza del “clima” odierno caratterizzato da preoccupazioni, paure, tensioni, contraddizioni e via dicendo, questo sentimento ha perso “appeal”. Eppure quanto ci sarebbe bisogno di essere coccolati, rassicurati!

Un’immagine in particolare, appartenente al mondo della mia infanzia, spesso mi torna in mente in questo periodo: una chioccia, con al seguito una decina di pulcini, con andatura solenne, si dirige verso il cortile adiacente ad una casa colonica e comincia raspare il terreno alla ricerca di piccoli semi, grani di frumento o di mais, vermi e altri animali per offrire il pranzo ai suoi piccoli. Di tanto in tanto, facendo il verso “co…co…co…co”, mamma “chioccia” chiama a banchettare i pulcini che, a loro volta, facendo “pio…pio…pio” si dividono il bottino…

Luigi Lavorgna

You must be joking

Ingliando

DOVERE- must vs. to have to

Ci sono due modi distinti peresprimere dovere in inglese, uno è con l’ausiliare must e l’altro con il verbo regolare to have seguito da un infinito (to have to). Ovviamente, essendone due modi per esprimere lo stesso concetto, è importante sapere quando usare una forma e quando l’altra. In realtà entrambe le forme fanno il lavoro egregiamente e scegliere una forma invece dell’altra non è un errore che impedisce in qualche modo la comprensione della frase. Detto questo, è pur sempre vero che una conoscenza più approfondita di sfumature come queste aiutano a rendere sempre più naturale il proprio modo di esprimersi in una seconda lingua.

Diamo un’occhiata prima all’ausiliare must.


MUST

Must è uno dei cosiddetti modal verbs in inglese e ha delle caratteristiche ben precise:

  • non ha una forma infinita (non esiste to must);
  • non ha variazioni di…

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Dimensione uomo [23]

La cultura

   Il patrimonio culturale è l’insieme delle tradizioni, degli usi e dei costumi di un popolo, di una tribù, di un gruppo. È la risultante di un processo di apprendimento costante nel tempo, evidenzia caratteristiche diverse a seconda del contesto geografico ed è composto di norme, valori, credenze, tradizioni, ecc.

   I fattori che plasmano il nostro agire, quindi, sono: i modelli culturali, i fini, i valori, i ruoli, i gruppi di appartenenza e quelli di riferimento. E poi, ancora, bisogna tener conto degli atteggiamenti, dei pregiudizi, degli stereotipi e così via.

   Il valore è ciò in cui si crede, per cui si lotta quotidianamente, è ciò che da un senso alla propria esistenza. Anch’esso è variabile da cultura a cultura. Esempi di valore sono: giustizia, libertà, onore, ecc.

   In sintonia con il valore troviamo il fine che ne rappresenta l’ideale coronamento. Il fine costituisce l’obiettivo da perseguire con tutte le proprie forze. Con riferimento al gruppo, ricordiamo che può essere sia individuale che collettivo.

   Se valori e fini rappresentano la guida, per così dire morale, del nostro comportamento, le norme sociali, invece, sono vere e proprie regole di comportamento. La norma è fondamentale per un’efficiente organizzazione sociale: serve a farsi capire gli uni con gli altri. La norma vigente all’interno di un gruppo può essere definita come il comportamento standard condiviso da tutti i membri e può essere codificata o sottintesa. Va da sé che la devianza è un tipo di comportamento che si discosta dalla norma.

   Ogni individuo, in quanto membro di un gruppo sociale, possiede degli status ed interpreta dei ruoli.

   I primi che possono essere ascritti od acquisiti, a seconda che siano derivati per nascita o conquistati sul campo, evidenziano la nostra posizione in rapporto agli altri all’interno della società.

(continua)

Luigi Lavorgna

Lo studente diventa protagonista

“Per eliminare la paura ogni maestro dovrà trovare strategie adatte all’età dei discepoli e alla materia. Io per esempio programmo verifiche e interrogazioni in anticipo, solo così diventano un momento di scoperta: non mi interessa scovare ciò che lo studente non sa (capisco subito se ha studiato o no), ma che cosa può scoprire in base a quello che ha studiato (più studia, anche al di là dei compiti, e sa organizzarsi, più la prova lo gratificherà), perché cerco di porre domande feconde per il modo in cui il cervello umano scopre (andando dal noto all’ignoto), domande che non richiedono risposte chiuse da ripetere come io mi aspetto (addestramento), ma invitano a far scoperte che possono spiazzare anche me (spesso ho dovuto arricchire o rettificare ciò che pensavo). Solo così lo studente diventa protagonista del sapere e la verifica diventa un dialogo. La paura è sostituita dalla responsabilità, l’ansia dalla curiosità, la fatica dalla sfida.”

[Alessandro D’Avenia, O il voto o la vita!, Corriere della sera,26 aprile 2021

Le nuove barriere sociali dei disabili al tempo del Coronavirus – #10 Focus emergenza

LA LENTE DI UNA CRONISTA

“Per noi il lockdown non è finito. Se prima ci voleva coraggio ad uscire di casa, adesso bisogna proprio mettersi d’impegno”. E’ questa la fase 2 che stanno vivendo le persone disabili da settimane. Una fase di riaperture, ma anche di mantenimento delle distanze e dei presidi di sicurezza, con mascherine e guanti. Distanziamento sociale che per chi non vede o non sente rappresenta un prolungarsi dell’isolamento, e spesso della solitudine.

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Dimensione uomo [22]

Il conformismo

   Il conformismo può essere considerato alla stregua di un meccanismo di difesa che porta l’individuo ad adeguarsi alla volontà espressa dalla maggioranza del proprio gruppo al fine di evitare il conseguente stato di tensione che scaturisce dal non allineamento.

   Il nostro comportamento quotidiano viene pesantemente condizionato dal gruppo a cui apparteniamo. Tendiamo ad accettare un’opinione espressa dalla maggioranza di un gruppo senza resistenza alcuna anche se è in netto contrasto con i nostri convincimenti personali. È importante rilevare come l’individuo conformatosi all’opinione del gruppo, soprattutto se questa contrasta con quella individuale, non sa fornire una spiegazione logica del proprio comportamento né si rende conto del perché di questo suo conformismo.

   In effetti la diversità genera uno stato di tensione talmente forte da generare nelle persone il desiderio di conformarsi per evitare la sofferenza. Soltanto un individuo in possesso di una forte personalità può sottrarsi a questa regola, in quanto il non allineamento alle norme del gruppo non gli provoca angoscia o tensione alcuna.

   Viceversa l’anticonformismo è la ribellione, ovvero l’insofferenza, il rifiuto dei valori dominanti del gruppo. È anticonformista colui il quale sceglie i valori da interiorizzare senza subire alcun tipo di pressione.

   Anche se il conformismo è avvertito dai soggetti emotivi, tutti fatalmente finiamo per uniformarci a valori, atteggiamenti, dettami che vanno per la maggiore. Un esempio classico è il fenomeno della moda; ma anche nel parlare, nelle scelte alimentari, politiche, religiose e via dicendo, ci facciamo suggestionare dalla pubblicità e dalle scelte altrui.

(continua)

Luigi Lavorgna