Vasco Ursini, State calmi. Ce ne vuole di pensiero per superare, negandolo, quello di Giacomo Leopardi …

Il pensiero di Emanuele Severino nella sua "regale solitudine" rispetto all'intero pensiero contemporaneo

State calmi. Ce ne vuole di pensiero per superare, negandolo, quello di Giacomo Leopardi

Che io sappia, un solo filosofo ha provato e continua a provare di negare il nichilismo leopardiano e, più in generale, ogni forma di nichilismo. Con quali esiti? Il tentativo di negare il nichilismo leopardiano è un atto eroico, i cui esiti attendono ancora di essere validati da ulteriori approfondite riflessioni.

Non è assolutamente semplice andare oltre il pensiero leopardiano, che interpreta il dilagante nichilismo come nessun altro filosofo di ieri e di oggi riesce a fare. Il discorso si fa sempre più arduo.

Ciò che conta è continuare a tenerlo in vita, continuando a riflettere, dando fondamento rigoroso a tutto quanto si continua a aggiungere a quel discorso

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Sei bellissimissima…

Sei bellissimissima…

Guardo i tuoi occhi e vedo

una miriade di stelle che

rendono magica

l’atmosfera di una sera d’estate…

Nella quiete del silenzio

odo i battiti del tuo cuore

che batte all’unisono con il mio…

percepisco il tuo calmo respiro

che mi regala serenità.

Il frinire delle cicale…

le lucciole che producono luce ad intermittenza…

tutto è magia…

Non sono un poeta e

non riesco a trovare le parole giuste

per descrivere quello che

il mio cuore custodisce gelosamente…

Ti guardo e

vedo un mondo d’amore…

la pura bellezza del tuo volto…

la promessa di una vita che non ha eguali…

Luigi Lavorgna

LA FAMIGLIA DEI VENTI (per i più piccoli)

Speradisole's Blog

LA FAMIGLIA DEI VENTI (per i più piccoli)

Nonno URAGANO è un tipo strano,

Violento, impetuoso, pericoloso,

Dal soffio potente e disastroso.

Nonna BORA sua sposa,

Dispettosa e altezzosa,

È di origine slava.

È fredda, tagliente,

Verso tutta la gente.

Zio SCIROCCO vien da Marocco,

È un tipo allegro, un poco sciocco.

Porta un caldo soffocante,

Sopportarlo è assai pesante.

Zia TRAMONTANA

Ama la vita montana,

Le cavalcate per le vallate,

Ama l’inverno, odia l’estate.

Il cugino LIBECCIO

Ama il clima marino,

Piuttosto monello e birichino.

Tra le vele spesso combina guai,

Lo sanno bene i marinai.

I miei genitori son venti normali

Primaverili o autunnali.

Io PONENTINO e mia sorella BREZZA

Portiamo fresca una carezza

Alle persone accaldate

Nelle afose notti d’estate.

Bisnonno EOLO ormai in pensione,

Riposa, vede la televisione.

Tranquillo dall’alto controlla i parenti

Della ventosa famiglia dei venti.

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Mancanza di diplomazia

Qualche anno fa, dovendo disfarmi di un serbatoio adibito alla raccolta d’acqua utilizzato per irrigare l’orticello adiacente alla mia abitazione, mi rivolsi ad un vicino dicendogli che se ne aveva bisogno gliela regalavo.

E lui: <<Professò, se è per farvi un piacere la prendo.>>

Confesso che mi risentii alquanto. <<Non solo ti faccio un regalo, devo pure sentirmi obbligato!>> pensai. D’impulso, risposi perentorio: <<Se ti serve, okay, altrimenti la darò a qualcun altro.>>

<<Okay>> ribatté e andò via.

Riuscii a liberami di quello che ormai era diventato un ingombro. Col tempo, rimuginando sulla cosa e, considerato che il rapporto tra me e il vicino è stato ed è improntato alla cordialità, ho concluso che non solo il mio comportamento per l’occasione fu “politically incorrect”, ma che la diplomazia non è il mio forte. 
Col senno di poi, potendo riscrivere la scena oggi…
<<Professò, se è per farvi un piacere la prendo.>> Ed io di rimando: <<Okay, permettimi di farti un regalo!>>
Luigi Lavorgna

Chi o cosa seguiamo?

THE MESS OF THE WRITER

La strada da seguire non è quella più comune, quella percorsa da tutti. E’ nascosta, circondata da elementi fuori posto o animali che incutono terrore lì da soli nel nulla, i quali probabilmente sono essi stessi terrorizzati dalla nostra presenza. La strada da seguire è quella che non si vede subito o di cui ci si accorge poco pur passandoci davanti, quella coperta da fronde e fronde infinite, esattamente come le viottole che portano alla casa di Harry Quebert nel libro di Dicker.

Per lo stesso principio, le persone da seguire non sono quelle con le idee più scontate ma quelle con i pensieri più particolari, che ci si potrebbe addirittura chiedere da dove provengano. Guardiamoci bene da quelli che cambiano opinione continuamente o da chi ci dice sempre e solo quello che vogliamo sentire. Non allontaniamo chi critica qualche nostra azione, chi ci da consigli che noi non gradiamo…

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Sogni ad occhi aperti

A piedi nudi nella Psiche

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La passività mentale, la fantasticheria e il sogno sono fenomeni psichici di estrema importanza per la nostra salute psichica.
Quando il nostro pensiero è al lavoro si ha la concentrazione attiva, mentre la passività mentale (concentrazione passiva) si ha nei momenti in cui i pensieri vanno, noi abbiamo un’aria assente, guardiamo nel vuoto. Se ci si chiede a cosa stiamo pensando in quei momenti diciamo “ a niente”, anche se in realtà i pensieri ci sono, solo che sono molto lontani dall’attenzione per cui vengono subito dimenticati. Sono momenti in cui lasciamo vagare i pensieri e sono importanti intervalli di riposo mentale.

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Vasco Ursini: Il “nulla” nello sguardo del destino

Il pensiero di Emanuele Severino nella sua "regale solitudine" rispetto all'intero pensiero contemporaneo

Nello sguardo del destino appare l’impossibilità di bandire il significato “nulla”.La volontà di liberarsi di questo significato presuppone la significanza del nulla. E infatti il discorso che afferma l’assoluta insignificanza del nulla (come fa, ad esempio, il discorso neopositivista) nega sé stesso, perché il concetto di “assoluta insignificanza” non è altro che il concetto di “nulla”.All’interno stesso del linguaggio di coloro che vogliono liberarsi della significanza del nulla (e dunque all’interno del linguaggio ontologico), il nulla resta invincibile. Quando infatti dicono che la parola “nulla” va eliminata perché è assolutamente insignificante, non si accorgono, non solo che stanno trattando come significante l’espressione “assolutamente insignificante”, ma capiscono la differenza che sussiste tra il significato “nulla” e tutti gli altri significati che invece essi non vogliono bandire, finendo col capire che cosa significa la parola “nulla”.

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Nonno coach (5.)

  • Ciao nonno. Va bene per te se anche oggi continuiamo la passeggiata rurale di ieri?
  • Altro che, va benissimo.
  • Nonno, mi racconti qualche altro episodio del tuo passato?
  •  Okay. Venni al mondo nell’anno del ventottesimo Giubileo, quello indetto da Pio XII. La seconda guerra mondiale era terminata da poco e la vita era dura per tutti, anche nelle campagne; in particolare per le donne che, oltre a fare figli in serie e a lavorare nei campi, dovevano cucinare, rassettare, lavare piatti, pentole e panni sporchi e, come se non bastasse, la sera, dopo una parca cena, rammendavano calze e ricucivano gli strappi dei pantaloni degli uomini di famiglia.
  • Mamma mia! Era veramente dura.
  • Già. È trascorso più di mezzo secolo, ma è come se fosse ieri… Tuo nonno e tua nonna, nonostante sacrifici, difficoltà e qualche divergenza di vedute, sono vissuti per trentacinque anni fianco a fianco, nella buona e nella cattiva sorte. Il loro fu un matrimonio d’amore. Nonostante l’opposizione di mio nonno che voleva farlo sposare con una ragazza che avrebbe portato in dote un moggio di terreno – per quei tempi era una ricchezza – mio padre portò all’altare la ragazza di cui era innamorato. Mio nonno non partecipò al matrimonio.
  • Possibile?
  • Possibilissimo. All’epoca, come già setto, un moggio di terreno era prezioso per sopravvivere. E poi, di matrimoni combinati erano piene le cronache.
  • Che cos’è un matrimonio combinato?
  • Il matrimonio è combinato quando gli sposi diventano marito e moglie per obbedire all decisioni prese dai rispettivi genitori.
  • Che tristezza!
  •  Basta una vecchia foto, una parola, un profumo, un suono particolare e i ricordi riacquistano vita… le immagini scorrono fluide. Quanto lavoro, quante rinunce, quanti sacrifici… per costruire la casa, acquistare qualche moggio di terreno e mantenermi agli studi fino alla laurea!
  • Una vita veramente dura.
  •  Anch’io sono cresciuto a pane e sacrifici, ma paragonandoli a quelli dei miei genitori, sono rose e fiori. Ricordo, ad esempio, che mio padre in occasione della mietitura non dormiva nel suo letto, ma per terra su di un giaciglio di fortuna, per paura di non svegliarsi in tempo per raggiungere i campi prima dell’alba.
  • Poveretto.
  •  <<Mio padre era retto e corretto!>> era la frase che gli sentivo dire spesso, ogni volta che c’era in ballo una questione di principio. Ricordo la callosità delle sue mani e il volto, abbronzatissimo d’estate, segnato dalla fatica e impiastricciato di polvere; con il sudore che permeando le sopracciglia gli bruciava gli occhi; la schiena curva mentre con la zappa estirpava le erbacce; la spossatezza di quando, dopo una giornata di duro lavoro, si sedeva su di una sedia sgangherata e si accostava al parco desco. In estate papà spesso mi portava con lui nei campi. Lo aiutavo quando tagliava l’erba medica per le mucche; lui la falciava ed io la raccoglievo e, con il tridente, la caricavo sul carretto. Anche quando bruciava le sterpaglie mi portava con lui. Ero affascinato e nello stesso tempo pieno di paura quando le fiamme cominciavano a divampare e mio padre con un ramo frondoso in mano le teneva sotto controllo evitando che sconfinassero. Altre volte lo accompagnavo quando andava al mulino a macinare il grano o il granturco. Partivamo di mattina presto, a bordo di un carretto sul quale avevamo caricato due o tre sacchi di grano. Nel mentre aspettavamo il nostro turno io avevo l’incarico di fare la guardia a “Giovannina”, la mia mucca preferita. Mi piaceva il ronzio dell’impianto di molitura, nonché l’odore di farina. Quando tornavo a casa ero contentissimo, anche perché sfiorando i sacchi di farina il mio pantalone s’imbiancava. Per me era come per i ragazzi che andavano a imparare il mestiere di meccanico: per far vedere che avevano lavorato s’impiastricciavano mani e viso di grasso di macchina consumato, sporco e nero come la pece. D’inverno, con la coppola siciliana in testa, gli scarponi, la giacca e una sciarpa di lana intorno al collo, mio padre inforcava la biciletta e, lottando contro il vento, si recava in paese a fare qualche commissione. “Senza sacrifici non si va molto lontano”, mi ammoniva. Come padre era severo, ma dietro la dura scorza che ostentava si celava un cuore d’oro. Quasi a giustificarsi, qualche volta mi ripeteva le parole di suo padre: <<I figli si baciano di notte, quando dormono.>>
  • E la tua mamma?
  • Anche per mia madre le giornate erano interminabili… Oltre ai lavori tipicamente femminili, era sempre al fianco di mio padre nel lavoro dei campi e nella stalla per accudire le mucche. Coltivare l’orto per le necessità familiari era fondamentale, e lei vi si dedicava con passione coltivando le sue verdure preferite. C’era sempre da fare: vangare, sarchiare, estirpare le erbacce, seminare, mettere a dimora le piantine, rincalzare, concimare, innaffiare… Prima di rientrare in casa, utilizzando a mò di cesto il grembiule, lo riempiva di pomodori, cetrioli, peperoni, melanzane, lattughe, ecc. Il grembiule era una componente irrinunciabile del suo abbigliamento perché si prestava ad una serie infinita di utilizzi. Era perfetto come guanto per togliere la teglia dal forno, come soffietto per ravvivare il fuoco, per trasportare le uova e i pulcini; nonché per raccogliere le mele cadute dagli alberi, i fichi e via dicendo.
  • Ricordi molti particolari.
  • Nel periodo scolastico, tutte le mattine, con le uova fresche raccolte nel pollaio, mi preparava l’uovo sbattuto. Rotto il guscio dell’uovo e versato il contenuto in un bicchiere insieme a mezzo cucchiaio da cucina di zucchero, miscelava energicamente. Infine aggiungeva il “marsala” (vino liquoroso) che lo rendeva gradevolissimo. Era talmente squisito che lo sorseggiavo pian piano per gustarne appieno il sapore. Un altro pregio di mia madre era che, al contrario di mio padre, preso atto delle precedenti esperienze anche se negative, non ci pensava più.
  • Da come ne parli, nonno, dovevano essere dei genitori meravigliosi
  •  È vero. Essere genitore è il mestiere più difficile e nello stesso tempo, il più gratificante e il più impossibile del mondo; con l’aggravante che qualunque cosa fai, secondo i figli, sbagli sempre. Occorre possedere doti camaleontiche per saper ascoltare, fornire risposte precise, consolare, lenire afflizioni, incoraggiare, dare l’esempio, ma soprattutto essere in grado di dire di no quando è necessario. E che dire di quando sono malati e hanno la febbre! Quante nottate ha trascorso in piedi mia madre vegliando al mio capezzale, quando avevo la febbre alta, impegnata a farmi bagnature sulla fronte per scongiurare le convulsioni! E nel frattempo quanti pensieri tenebrosi, quanti scongiuri… Quanto è grande il cuore di una madre e di un padre!
  • E i tuoi nonni?
  •  Mentre i genitori trascorrevano la maggior parte delle giornate a lavorare nei campi, i nonni trascorrevano molto tempo in compagnia dei nipoti. Secondo un modello stereotipato, i nonni venivano considerati i guardiani del fuoco e i custodi della memoria. D’inverno sedevano su di una panca situata strategicamente vicino al camino, alimentavano il fuoco, sopraintendevano alla cottura dei fagioli nella “pignata” di terracotta e la sera, sempre seduti vicino al camino raccontavano storie di vita vissuta ai nipotini che ascoltavano a “bocca aperta”. Con mio grande rammarico mio nonno paterno morì quando avevo sette mesi di vita e mia nonna materna quando avevo all’incirca due anni. Con la nonna paterna non c’era troppo feeling, con il nonno materno, invece, il rapporto era buono anche se, abitando in un’altra contrada, ci vedevamo di rado.
  • E il nostro rapporto come lo giudichi?
  • Dovresti essere tu a pronunciarti non io:
  • Per me è bellissimo.
  • Mi fa piacere. Ciò detto, che ne diresti di tornare casa?
  • Accordato. Però hai glissato la mia domanda.
  • Ci devo riflettere un momentino.
  • Cattivone.
  • Tranquillo, vai alla grande! Ciao.
  • Ciao. Alla prossima.

Luigi Lavorgna