• Ciao nonno. Va bene per te se anche oggi continuiamo la passeggiata rurale di ieri?
  • Altro che, va benissimo.
  • Nonno, mi racconti qualche altro episodio del tuo passato?
  •  Okay. Venni al mondo nell’anno del ventottesimo Giubileo, quello indetto da Pio XII. La seconda guerra mondiale era terminata da poco e la vita era dura per tutti, anche nelle campagne; in particolare per le donne che, oltre a fare figli in serie e a lavorare nei campi, dovevano cucinare, rassettare, lavare piatti, pentole e panni sporchi e, come se non bastasse, la sera, dopo una parca cena, rammendavano calze e ricucivano gli strappi dei pantaloni degli uomini di famiglia.
  • Mamma mia! Era veramente dura.
  • Già. È trascorso più di mezzo secolo, ma è come se fosse ieri… Tuo nonno e tua nonna, nonostante sacrifici, difficoltà e qualche divergenza di vedute, sono vissuti per trentacinque anni fianco a fianco, nella buona e nella cattiva sorte. Il loro fu un matrimonio d’amore. Nonostante l’opposizione di mio nonno che voleva farlo sposare con una ragazza che avrebbe portato in dote un moggio di terreno – per quei tempi era una ricchezza – mio padre portò all’altare la ragazza di cui era innamorato. Mio nonno non partecipò al matrimonio.
  • Possibile?
  • Possibilissimo. All’epoca, come già setto, un moggio di terreno era prezioso per sopravvivere. E poi, di matrimoni combinati erano piene le cronache.
  • Che cos’è un matrimonio combinato?
  • Il matrimonio è combinato quando gli sposi diventano marito e moglie per obbedire all decisioni prese dai rispettivi genitori.
  • Che tristezza!
  •  Basta una vecchia foto, una parola, un profumo, un suono particolare e i ricordi riacquistano vita… le immagini scorrono fluide. Quanto lavoro, quante rinunce, quanti sacrifici… per costruire la casa, acquistare qualche moggio di terreno e mantenermi agli studi fino alla laurea!
  • Una vita veramente dura.
  •  Anch’io sono cresciuto a pane e sacrifici, ma paragonandoli a quelli dei miei genitori, sono rose e fiori. Ricordo, ad esempio, che mio padre in occasione della mietitura non dormiva nel suo letto, ma per terra su di un giaciglio di fortuna, per paura di non svegliarsi in tempo per raggiungere i campi prima dell’alba.
  • Poveretto.
  •  <<Mio padre era retto e corretto!>> era la frase che gli sentivo dire spesso, ogni volta che c’era in ballo una questione di principio. Ricordo la callosità delle sue mani e il volto, abbronzatissimo d’estate, segnato dalla fatica e impiastricciato di polvere; con il sudore che permeando le sopracciglia gli bruciava gli occhi; la schiena curva mentre con la zappa estirpava le erbacce; la spossatezza di quando, dopo una giornata di duro lavoro, si sedeva su di una sedia sgangherata e si accostava al parco desco. In estate papà spesso mi portava con lui nei campi. Lo aiutavo quando tagliava l’erba medica per le mucche; lui la falciava ed io la raccoglievo e, con il tridente, la caricavo sul carretto. Anche quando bruciava le sterpaglie mi portava con lui. Ero affascinato e nello stesso tempo pieno di paura quando le fiamme cominciavano a divampare e mio padre con un ramo frondoso in mano le teneva sotto controllo evitando che sconfinassero. Altre volte lo accompagnavo quando andava al mulino a macinare il grano o il granturco. Partivamo di mattina presto, a bordo di un carretto sul quale avevamo caricato due o tre sacchi di grano. Nel mentre aspettavamo il nostro turno io avevo l’incarico di fare la guardia a “Giovannina”, la mia mucca preferita. Mi piaceva il ronzio dell’impianto di molitura, nonché l’odore di farina. Quando tornavo a casa ero contentissimo, anche perché sfiorando i sacchi di farina il mio pantalone s’imbiancava. Per me era come per i ragazzi che andavano a imparare il mestiere di meccanico: per far vedere che avevano lavorato s’impiastricciavano mani e viso di grasso di macchina consumato, sporco e nero come la pece. D’inverno, con la coppola siciliana in testa, gli scarponi, la giacca e una sciarpa di lana intorno al collo, mio padre inforcava la biciletta e, lottando contro il vento, si recava in paese a fare qualche commissione. “Senza sacrifici non si va molto lontano”, mi ammoniva. Come padre era severo, ma dietro la dura scorza che ostentava si celava un cuore d’oro. Quasi a giustificarsi, qualche volta mi ripeteva le parole di suo padre: <<I figli si baciano di notte, quando dormono.>>
  • E la tua mamma?
  • Anche per mia madre le giornate erano interminabili… Oltre ai lavori tipicamente femminili, era sempre al fianco di mio padre nel lavoro dei campi e nella stalla per accudire le mucche. Coltivare l’orto per le necessità familiari era fondamentale, e lei vi si dedicava con passione coltivando le sue verdure preferite. C’era sempre da fare: vangare, sarchiare, estirpare le erbacce, seminare, mettere a dimora le piantine, rincalzare, concimare, innaffiare… Prima di rientrare in casa, utilizzando a mò di cesto il grembiule, lo riempiva di pomodori, cetrioli, peperoni, melanzane, lattughe, ecc. Il grembiule era una componente irrinunciabile del suo abbigliamento perché si prestava ad una serie infinita di utilizzi. Era perfetto come guanto per togliere la teglia dal forno, come soffietto per ravvivare il fuoco, per trasportare le uova e i pulcini; nonché per raccogliere le mele cadute dagli alberi, i fichi e via dicendo.
  • Ricordi molti particolari.
  • Nel periodo scolastico, tutte le mattine, con le uova fresche raccolte nel pollaio, mi preparava l’uovo sbattuto. Rotto il guscio dell’uovo e versato il contenuto in un bicchiere insieme a mezzo cucchiaio da cucina di zucchero, miscelava energicamente. Infine aggiungeva il “marsala” (vino liquoroso) che lo rendeva gradevolissimo. Era talmente squisito che lo sorseggiavo pian piano per gustarne appieno il sapore. Un altro pregio di mia madre era che, al contrario di mio padre, preso atto delle precedenti esperienze anche se negative, non ci pensava più.
  • Da come ne parli, nonno, dovevano essere dei genitori meravigliosi
  •  È vero. Essere genitore è il mestiere più difficile e nello stesso tempo, il più gratificante e il più impossibile del mondo; con l’aggravante che qualunque cosa fai, secondo i figli, sbagli sempre. Occorre possedere doti camaleontiche per saper ascoltare, fornire risposte precise, consolare, lenire afflizioni, incoraggiare, dare l’esempio, ma soprattutto essere in grado di dire di no quando è necessario. E che dire di quando sono malati e hanno la febbre! Quante nottate ha trascorso in piedi mia madre vegliando al mio capezzale, quando avevo la febbre alta, impegnata a farmi bagnature sulla fronte per scongiurare le convulsioni! E nel frattempo quanti pensieri tenebrosi, quanti scongiuri… Quanto è grande il cuore di una madre e di un padre!
  • E i tuoi nonni?
  •  Mentre i genitori trascorrevano la maggior parte delle giornate a lavorare nei campi, i nonni trascorrevano molto tempo in compagnia dei nipoti. Secondo un modello stereotipato, i nonni venivano considerati i guardiani del fuoco e i custodi della memoria. D’inverno sedevano su di una panca situata strategicamente vicino al camino, alimentavano il fuoco, sopraintendevano alla cottura dei fagioli nella “pignata” di terracotta e la sera, sempre seduti vicino al camino raccontavano storie di vita vissuta ai nipotini che ascoltavano a “bocca aperta”. Con mio grande rammarico mio nonno paterno morì quando avevo sette mesi di vita e mia nonna materna quando avevo all’incirca due anni. Con la nonna paterna non c’era troppo feeling, con il nonno materno, invece, il rapporto era buono anche se, abitando in un’altra contrada, ci vedevamo di rado.
  • E il nostro rapporto come lo giudichi?
  • Dovresti essere tu a pronunciarti non io:
  • Per me è bellissimo.
  • Mi fa piacere. Ciò detto, che ne diresti di tornare casa?
  • Accordato. Però hai glissato la mia domanda.
  • Ci devo riflettere un momentino.
  • Cattivone.
  • Tranquillo, vai alla grande! Ciao.
  • Ciao. Alla prossima.

Luigi Lavorgna

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