Una cura fatta di Parole

Un articolo che secondo il mio parere coglie la vera essenza dell’attività di psicologo,

A piedi nudi nella Psiche

psicoterapia una cura fatta di parole

Trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il dolore. James Hillman

La psicoterapia è una cura fatta di parole: due persone si incontrano regolarmente, e parlano. Ma il tessuto di cui è fatto questo dialogo è molto complesso, si mettono in moto processi profondi, sia consci che inconsci, legati allo specifico modo di stare in seduta di “quel paziente con quel terapeuta”.

“Con le parole un uomo può rendere felice l’altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnante trasmette il suo sapere agli allievi, con le parole l’oratore trascina con sé l’uditorio e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo comune con il quale gli uomini si influenzano tra loro. Non sottovaluteremo quindi l’uso delle parole nella psicoterapia” (S. Freud).

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“Veni, vidi, vici”

Certo, sarebbe meraviglioso poter dire come Giulio Cesare, sempre all’incirca duemila anni fa: “Veni, vidi, vici” (venni, vidi, vinsi). Sono tre parole semplici, chiare e incisive, che il condottiero romano pronunciò per annunciare a Roma la rapida e straordinaria vittoria ottenuta dal suo esercito ai danni del Re del Ponto. È una locuzione che rende appieno l’idea di un’impresa coronata da un rapido e completo successo. Il che, in definitiva, è quello che sogna ognuno di noi.

In ogni lettura …

“In ogni lettura abbiamo dunque due memorie, due fantasmi, due storie che si intersecano: quella del lettore e quella dello scrittore. Più precisamente, ogni lettore mentre legge il libro viene letto dal libro, diventa un libro per il libro. Nell’incontro con un libro che diviene indimenticabile, la prima lingua del soggetto (la sua lingua) è toccata, riavviata, sollecitata a riemergere. Noi, in fondo, non siamo che questo: frammenti di memoria, immagini, affetti, tracce accavallate, stratificate del nostro passato, presenza sempre attraversata da assenze: le bocche di leone arrampicate sui muri di pietra bagnati dalla pioggia d’estate, le nebbie spesse che impediscono di vedere l’altro lato della strada, il profumo della polenta d’inverno, le parole in friulano di mia madre che conversava con i nostri parenti, Il mistero della sua bellezza, la ghiaia del piccolo giardino della casa di campagna, le pesche bianche nelle casse di legno, il profumo delle sue piccole mani nelle mie, il dialetto milanese dei miei avi, l’incenso nella chiesa del mio paese, la mano di Gesù sulla mia testa.

Ciascuno legge il libro con la propria la lingua. Ciascuno trova nel libro pezzi di se stesso che aveva dimenticato o che ancora non conosceva. In questo senso nella seconda parte di questo libro il lettore ritroverà le tracce essenziali della mia biografia umana e intellettuale attraverso la rilettura di nove libri dai quali mi sono sentito davvero letto sin nelle viscere. Una vita in fondo è fatta dai libri che l’hanno letta; raccontare i libri che abbiamo amato significa raccontare la nostra vita. Perché una vita è i suoi libri”.

Massimo Recalcati, “A libro aperto. La vita è i suoi libri”, Milano, Feltrinelli, 2018, pp.18-19

Non rimpiango …

Non rimpiango il tempo dedicato ai miei studenti, in particolare ai cosiddetti “problematici”, non perché fosse il mio lavoro, ma perché ho avuto il privilegio di contribuire a formare il bagaglio culturale di tantissimi giovani. Ho dato molto e ho ricevuto altrettanto. Ho insegnato ed ho imparato. Ho visto ragazzi che promettevano bene, ma si sono persi per strada, e altri sui quali non avrei scommesso mezzo penny che hanno realizzato cose egregie.

Ma la lezione più bella che ho imparato in trentaquattro anni di docenza è che gli studenti, nonostante le fragilità e le insicurezze tipiche della loro età, sono esseri umani e non soltanto numeri per le statistiche e se vengono considerati tali, se si sentono apprezzati, coinvolti si riesce a tirare fuori il meglio da ognuno.

Ovvio che si se predica bene e si razzola male, i conti non tornano. Se si vuole rispetto bisogna dare rispetto.

Luigi Lavorgna

Un tesoro nascosto

Per anni ho accumulato nella mia biblioteca libri, riviste, ritagli da quotidiani e riviste, appunti scritti a mano e poi a computer, che impreziosiscono quello che io enfaticamente chiamo il mio studio. Ad una stima molto approssimativa credo che nelle quattro vetrine trovino posto non meno di quattromila volumi che, negli anni mi sono premurato di sistemarli tematicamente. Cosa assai complicata in considerazione che i volumi sono stati acquistati nel tempo seguendo gli interessi del momento. Vale a dire, una volta si trattava di cinema, un’altra ancora giurisprudenza, poi pedagogia, poi didattica, poi psicologia, poi filosofia, poi crescita personale, poi management, poi marketing, poi comunicazione, senza contare altri fuori categoria. E infine, tra le altre enciclopedie, universali e tematiche, fa bella figura di sé la Treccani, quella piccola, però.

Un inciso: ho progettato io stesso l’arredo. Ispirandomi a quello presente in sala dell’Università Federico II di Napoli, contattai un falegname che realizzò un vero capolavoro in noce tanganica.

Per rendere l’idea, per diversi anni il mio slogan preferito è stato: “Una giornata senza acquistare libri è una giornata persa”. Ricordo ancora la gioia, la passione quando di passaggio a Napoli mi recavo a via Port’Alba dove c’erano molteplici librerie e bancarelle colme di libri sulla strada. Mi aggiravo per ore rapito tra libri nuovi, libri usati, libri antichi, libri d’occasione… era una goduria indescrivibile. Guardavo, toccavo, leggevo la quarta di copertina, a volte sfogliavo. Raramente mi è capitato di tornare a casa a mani vuote.

Ho letto tanto… ho letto poco?

Purtroppo devo ammettere, metaforicamente parlando, che volevo scalare la vetta dell’Everest e invece ho “scalato” a malapena il colle dove sorge la “Rocca” a San Salvatore telesino (BN). Tradotto, credo di aver letto solamente circa il 3% dei libri. Vergognoso, rispetto a quelle che erano le aspettative iniziali.

Motivazione?

Poteri accampare scuse quali gli impegni di lavoro – credo di poter affermare che fare il docente sia uno dei lavori più usuranti che esistano – le esigenze familiari e quant’altro, ma credo, con un atto di sincerità, che sia dovuto alla procrastinazione. “Quando andrò in pensione – mi dicevo – potrò finalmente leggere buona parte dei miei amati libri.”

Ovviamente, per motivi che non sto a specificare per non tediare il lettore, ho dovuto con rammarico prende atto dell’ennesimo flop. Vorrei… mi alzo dal letto con le migliori intenzioni del mondo, comincio a sfogliare qualche libro dei miei autori preferiti, ma dopo qualche pagina quando va bene, desisto.

Mi sforzo, provo e riprovo quasi tutte le mattine, ma…

Mi guardo intorno, a volte cambio di posto qualche libro e quasi sempre il pensiero comincia a vagare senza controllo. Ma quello che fa più male è il pensiero che tutti quei libri rappresentano un tesoro nascosto di cui forse nessuno potrà beneficiare e che in futuro possano finire accatastati in soffitta ad ammuffire sepolti dalla polvere o peggio ancora al macero.

È proprio vero, “ogni cosa a suo tempo”

Luigi Lavorgna