Come lavorare su di te con un diario — Il Sentiero della Realizzazione

Il diario è uno strumento straordinario di crescita. Ti consente di osservarti, entrare dentro te stesso, conoscerti a fondo, fare introspezione. Ti permette di attivare un livello superiore di consapevolezza. Ha il vantaggio di aiutarti a diventare consapevole dei tuoi pensieri ricorrenti, dei tuoi schemi emotivi, dei tuoi meccanismi. Ti aiuta a creare una connessione con la tua […]

Come lavorare su di te con un diario — Il Sentiero della Realizzazione

Si tornava la sera

Grazia Palmisano

Dalla giara piena d’olio
è caduto un merletto
un pezzetto di nonna
scappato dal letto
Lei giocava con me
e creava centrini
dalle mani sue belle
spuntavano fiori
di cotone sottile
Il pulviscolo ruotava
nel sole del pomeriggio
nella stanza fresca
di pietra massiccia
L’abbaiare di un cane
nonno che rientrava
la torta nel frigo
il divano di velluto
il giradischi e Claudio Villa
che cantava Granada
Restavo con loro
poi mamma arrivava
si tornava la sera
nel tratturo polveroso
nel buio della notte
nel profumo dei fiori fucsia
che si aprivano al calar della sera
Era tutto maestoso e bellissimo
Il timore e la gioia
eran sacchi diversi
nella stessa cantina
sorrisi e rimproveri
abbracci anche botte
Il giorno era il posto delle scoperte
la notte era quando calava il silenzio
La paura del niente
e l’attesa del sole
Quando ancora svegliarsi
era bello, era un gioco
Fuori casa…

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Byung Chul Han. “La società senza dolore” virus globalizzazione e neoliberismo. — Per un cavallino di cartapesta ? Ma no ! Eroi si diventa per amore, non per dovere …

Han Byung ha raccolto le sue riflessioni sull’era della pandemia, dove prefigura una “società della sopravvivenza”, che oppone a una pervasiva assenza di senso “un eccesso di positività che si esprime in una forma di sovraprestazione, sovracomunicazione, sovrastimolazione” tipica di un’epoca post-narrativa, dove “il corpo acquista potere là dove lo spirito si ritira”. Ma quale corpo? […]

Byung Chul Han. “La società senza dolore” virus globalizzazione e neoliberismo. — Per un cavallino di cartapesta ? Ma no ! Eroi si diventa per amore, non per dovere …

“Non giudicate un uomo dall’ombrello che porta!”

Anni settanta, stazione ferroviaria di Napoli. Sono in attesa, insieme ad altri viaggiatori, del treno delle tredici e ventuno che mi riporterà a casa. Guardo l’orologio e focalizzo che devo attendere ancora una ventina di minuti. Annoiato, il mio sguardo comincia a girovagare senza meta. Ad un tratto l’attenzione viene polarizzata da un distinto signore sulla settantina che, nonostante la splendida giornata di sole, stringe un ombrello con una mano, usandolo a mo’ di bastone. Un leggero sorriso increspa le mie labbra, ma scompare quasi subito allorquando focalizzo che alle sei del mattino, quando entrambi avevamo preso il treno nella stazione di Telese Terme per raggiungere Napoli, le condizioni meteorologiche erano pessime e sembrava che si dovesse scatenare un violento temporale da un momento all’altro. Solo un pazzo sarebbe uscito di casa senza ombrello, io stesso avevo un ombrellino pieghevole conservato nella borsa. Chi poteva immaginare che a sessanta chilometri di distanza avremmo trovato, per dirla con mio nonno Agostino, un “sole che spaccava le pietre”!

Infastidito dalle risatine e dagli ammiccamenti dei viaggiatori in attesa, con tono pacato, il signore dice: <<Non giudicate un uomo dall’ombrello che porta!>>

“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” domanda Gesù ai suoi discepoli.

Lungo il cammino inevitabilmente ci si imbatte nelle cosiddette “malelingue”, persone che ammazzano il tempo spettegolando dalla mattina alla sera. La loro attività preferita è mettere in ridicolo le persone per ridere alle loro spalle, oppure evidenziarne la pagliuzza negli occhi per poter pontificare con tono di superiorità.

Luigi Lavorgna

La sindrome di Stendhal:  turbamento di fronte alla bellezza artistica

A piedi nudi nella Psiche

la sindrome di Stendhal psicologia e bellezza

“Si usano gli specchi per guardarsi il viso,
e si usa l’arte per guardarsi l’anima” .
George Bernard Shaw

La sindrome di Stendhal fu proposta nel 1997 dalla psichiatra Graziella Magherini, che osservò la comparsa di crisi acute e inaspettate in turisti messi di fronte ad opere d’arte di grande bellezza.
Non si tratta di una sindrome in realtà, viene classificata come una manifestazione psicosomatica transitoria che può includere sintomi come tachicardia, capogiro, vertigini, confusione, e può manifestarsi inpersonechecontemplano opere d’arte di particolare bellezza, soprattutto se queste si trovano in spazi stretti.
Dal punto di vista neurobiologico un’ interpretazione di questo fenomeno sembra collegarlo a particolari aree del cervello deputate al riconoscimento di caratteristiche significative dell’oggetto rappresentato nell’opera d’arte, che si attivano alla vistadello stimolo artistico innescando un forte vissuto emotivo.
Dal punto di vista psicologico una delle spiegazioni che vengono date a questo fenomeno è…

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Le due facce della medaglia 1.

Generalmente, se dico costantemente ad una persona che è un asino e non capisce niente, alla lunga finirà per crederci e comportarsi come tale.

Ma c’è anche chi, come racconta Massimo Recalcati nel suo “L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento”, riesce a trovare la forza di ribaltare una “condanna” (bocciato agli esami di seconda elementare) che sembrava senza appello.

“Ogni volta –scrive Recalcati – che mia madre andava da lei (la maestra) – una donna severa, sempre vestita di nero, con occhiali spessi e accanita fumatrice di Muratti – in colloquio ne usciva immancabilmente umiliata e tra le lacrime. Io mi avvicinavo silenzioso e impaurito pensando che ero un disastro e che sapevo solo deluderla. Ma lei, stranamente, anziché rimproverarmi, come faceva di solito con un certo nervosismo, mi diceva con calma lunare che ce l’avrei fatta come tutti gli altri, che non ero diverso dai miei compagni e che forse avrei solo avuto bisogno di un po’ più di tempo.” E ancora: “Mia madre mi chiedeva di darle fiducia, di credere alla sua promessa: «Studia e vedrai cose che io non ho potuto vedere».”

Finalmente approdato alle superiori, ci fu la svolta: “Poi, l’incontro con una professoressa delle superiori e “mi gettai nei libri con una forza sconosciuta. E da allora non ho più smesso di amare lo studio.”

Recalcati seguiva le lezioni in III e contemporaneamente studiava da autodidatta per sostenere l’esame di ammissione in IV, recuperando un anno. Grazie a questa docente che gli aveva dato la forza di credere che non tutto era ancora scritto, riuscì a riprendere in mano la sua vita.

Chi è Massimo Recalcati oggi è noto: Docente universitario, conferenziere, psicoanalista, scrittore prolifico e tanto altro ancora.

Luigi Lavorgna

Il ritratto smarrito della nostra Scuola.

“Non respira, non conta più nulla, arranca, è povera, marginalizzata, i suoi edifici crollano, i suoi insegnanti sono umiliati, frustrati, scherniti, i suoi alunni non studiano, sono distratti o violenti, difesi dalle loro famiglie, capricciosi e scurrili, la sua nobile tradizione è decaduta senza scampo. È delusa, afflitta, depressa, non riconosciuta, colpevolizzata, ignorata, violentata dai nostri governanti che hanno cinicamente tagliato le sue risorse e non credono più nell’importanza della cultura e della formazione che essa deve difendere e trasmettere. È già morta? È ancora viva? Sopravvive? Serve ancora a qualcosa oppure è destinata a essere un residuo di un tempo oramai esaurito? È questo il ritratto smarrito della nostra Scuola.”

[Massimo Recalcati – L’ora di lezione, per un’erotica dell’insegnamento – Einaudi]

Le delusioni e la narcotizzazione dei sentimenti

La vita è un sentiero impervio e pieno di ostacoli con il quale ognuno di noi deve scontrarsi ogni giorno. Le delusioni si nascondono dietro l’angolo e sono sempre pronte a pugnalarti quando meno te lo aspetti. L’importante è saper affrontarle nel migliore dei modi.

Cosa sono le delusioni? Rappresentano le aspettative e/o le speranze che proviamo verso qualcuno o qualcosa ma che vengono disattese, lasciandoci in balìa dell’amarezza.

Le aspettative sono un prodotto inconsapevole della nostra mentre, a causa delle quali tendiamo a idealizzare positivamente gli eventi, senza tener conto degli eventuali fallimenti previsionali. Ciononostante, istintivamente attueremo manifestazioni comportamentali indirizzate a fronteggiare il nostro dolore emotivo.

Se da un lato gli eventi della vita ci mettono alla prova in ogni momento, dall’altro la nostra reazione viene mediata dal carattere, dall’atteggiamento che adotteremo e dalla profondità della ferita subita.

Alcune persone si creano una corazza protettiva ed impermeabile, che li rende in grado di sopprimere le proprie emozioni e i propri sentimenti. Pur di non soffrire ulteriormente si diventa ciò che non si è, rimanendo intrappolati in un limbo emozionale. Pur di respingere persino la più lontana idea di un’altra eventuale esperienza dolorosa, si preferisce indossare una maschera diversa per ogni occasione che possa camuffare la propria vera personalità.

Se consideriamo le delusioni alla stregua di preziosi insegnamenti, riusciremo a scoprire il vero volto delle persone che pensavamo fossero amiche e a fare una selezione ancora più scrupolosa di coloro che sceglieremo di avere accanto, soffermandoci sulla valutazione di aspetti differenti, quali lealtà e valori.

Di primo acchito la persona ferita spesso sceglie la strada più facile, ostenta un atteggiamento distaccato, diventando insensibile e impassibile dinanzi a nuove opportunità conoscitive e relazionali. Bisogna trovare la forza di abbattere il proprio muro difensivo, riprendendo le redini della propria vita e accantonando il timore di soffrire.

Ogni persona, chi più e chi meno, vive i propri dolori e le proprie battaglie a modo proprio. Sebbene sia molto difficile trovare il coraggio di valicare lo scoglio che ci siamo creati, dobbiamo impegnarci a diventare persone migliori di coloro che ci hanno recato sofferenza.

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, suggerisce Gandhi… altrimenti cos’è che ci rende diversi dagli altri?”

Dott.ssa Carminia Lavorgna

Depressione e dintorni: sfogo serale di un malessere prolungato

Pensieri spelacchiati

Premessa: ho scritto questo post in un momento confusionale, dopo un mese turbolento per la mia salute mentale traballante. È ad alto contenuto patetico, ero in modalità paturnie, sconsiglio caldamente la lettura.

Domani ho la seduta con la mia psicologa, e il mio umore è traballante.
Per quanto faccia la cretina questo mese è stato strano per quanto riguarda le mie sensazioni; a volte mi sentivo quasi sopraffatta da ogni minima cosa, altre volte mi sentivo lontana da tutto, ero irritata e mi veniva da piangere in continuazione, senza alcun apparente motivo. Ero nervosa e infastidita da me in primis e dal resto del mondo in secundis, e cercare di nasconderlo mi ha portata a star male ogni volta che ero da sola e potevo sfogarmi.

Quando capitano questi periodi temo sempre di star tornando indietro, che ricomincerò a avere la nausea tanto è il malessere, che non vorrò…

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Ulisse, figlio di “buona donna”

C’è stato un tempo che io e i miei coetanei ci dedicavamo al “gioco degli eroi” (nome coniato dal mio amico Marco). Ognuno sceglieva il proprio eroe preferito e ne decantava le lodi. Alla fine, per alzata di mano, si proclamava l’eroe vincitore della sfida. Io generalmente sceglievo Ulisse, coprotagonista dell’Iliade e protagonista assoluto dell’Odissea, immortali poemi omerici. Nel caso fosse stato già scelto, ripiegavo su Zorro.

Perché Ulisse?

Ulisse fa parte di quella schiera di personaggi che, lasciando una traccia indelebile del loro passaggio, trascendono il tempo. Quando si parla del Laerziade Ulisse, “basta la parola”.

Avventuriero e protagonista di mille sfide, Ulisse è furbo, temerario nell’affrontare l’ignoto, pronto di spirito, astuto, maestro d’inganni, curioso, geniale, orgoglioso, nostalgico della famiglia e della patria, navigatore e tanto, tanto altro ancora. L’eroe omerico è ricordato in particolare per essere l’ideatore del “cavallo di Troia”, per essere sfuggito alle sirene ammaliatrici, per l’accecamento di Polifemo e per il cane Argo che dopo vent’anni riconosce il proprio padrone e muore felice.

Per resistere al canto ammaliatore di Scilla e Cariddi (mostri marini con il volto di donne bellissime che attirano gli uomini di passaggio su quel tratto di mare con il loro irresistibile canto per poi divorarli) dopo aver tappato le orecchie dei compagni con la cera, Ulisse si fa legare all’albero della nave in modo da poter ascoltare la loro voce senza restarne vittima.

Per scappare dalla grotta di Polifemo, invece, “Nessuno”, come prudentemente aveva dichiarato di chiamarsi, dopo aver accecato il ciclope conficcandogli un tizzone nell’unico occhio, lega se stesso e i compagni sotto il ventre delle pecore che il gigantesco figlio di Poseidone fa uscire ogni mattina a pascolare. Grazie a questo stratagemma riescono tutti ad allontanarsi dall’antro e a salire a bordo della nave. Tragicomica è la scena in cui, alla domanda “Chi è stato?” dei molti ciclopi accorsi al sentire delle urla e dei lamenti di Polifemo, quest’ultimo risponde: <<Nessuno mi ha accecato. Nessuno vuole uccidermi.>>

La scena del cane Argo che, dopo aver conservato intatto per venti lunghi anni il ricordo dell’amato padrone appena lo vede subito lo riconosce, è di un’incredibile intensità emotiva… Argo scodinzola e, spendendo le sue ultime energie, trova la forza per alzare la testa e le orecchie per dire addio all’eroe, strappandogli una lacrima subito asciugata di nascosto.

Dulcis in fundo, il cosiddetto Cavallo di Troia, ovvero, uno stratagemma per alcuni, un inganno per altri, che più di tante altre imprese, ha consacrato Ulisse all’immortalità. Fonte perenne di ispirazione per tanti truffatori, è un vero è proprio capolavoro di strategia bellica.

La storia è nota. I greci fingono di rinunciare all’assedio di Troia, le loro navi prendono il largo, ma lasciano davanti alle mura della città, un grandissimo cavallo di legno che al suo interno nasconde Ulisse e un gruppo dei migliori guerrieri. Il cavallo viene portato all’interno della città e gli abitanti organizzano una grande festa con canti, balli e grandi bevute. Nel corso della notte, approfittando che i troiani sono quasi tutti ubriachi, dal ventre del cavallo di legno escono silenziosi gli achei che mettono a ferro e fuoco la città priva di difesa.

Ma, a finale, chi è Ulisse?

È un eroe? È un imbroglione? È un imbonitore? È un grande condottiero? Mah!? Tutto sommato, devo ammettere che in realtà si tratta di un personaggio dai mille volti, eclettico, camaleontico, cosmopolita, divorato dalla sete di conoscenza e tanto, tanto altro ancora.

Ulisse è il prototipo del viaggiatore che, spinto proprio dalla sete di conoscenza, vuole svelare l’ignoto, andare oltre ogni limite. Per soddisfare il suo Ego smisurato, sacrifica anche l’amore per la famiglia e la propria terra, che ritroverà soltanto dopo vent’anni di peripezie. Ma alla fine si riscatta riabbracciando entrambe.

Anche se Dante nella Divina Commedia sprofonda Ulisse nell’Inferno accusandolo di aver dato consigli ingannevoli durante la vita terrena, comunque è proprio all’eroe omerico che mette in bocca la frase: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.

Che altro dire? Per me, Ulisse, al di là di ogni altra considerazione, è semplicemente un uomo, un figlio di “buona donna” ma uomo, uomo vero, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, le sue fragilità e la sua grandezza.

Luigi Lavorgna