Mi raccomando, bambini, non leggete i classici

Come diceva Gigi Proietti in un famoso spot televisivo: “A me, me piace!”

marisa salabelle

Sono invitata al diciottesimo compleanno di una ragazza. Studentessa del classico, studiosa, intenzionata a proseguire gli studi in ambito umanistico. La sua insegnante di lettere le ha assegnato alcune letture per le vacanze estive. Una di queste è La coscienza di Zeno. Ne discutono la nonna e una zia della festeggiata:

«La coscienza di Zeno! Ma dimmi tu se è una lettura da proporre a una ragazzina di 18 anni!»

«Ma tu l’hai letta?»

«No, io no!»

«Neanch’io, e non ne ho certo sentito la mancanza!»

«Sarebbe meglio che le avessero ordinato di leggersi un po’ di Financial Times, altroché La coscienza di Zeno

«Marisa! Secondo te è un libro da dare a una ragazza così giovane?»

«Be’… per prima cosa c’è da dire che i ragazzi a scuola ci vanno fino a 19 anni, quindi è in questo arco di tempo che la scuola può…

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La scuola. È già morta? È ancora viva? Sopravvive?

Non respira, non conta piú nulla, arranca, è povera, marginalizzata, i suoi edifici crollano, i suoi insegnanti sono umiliati, frustrati, scherniti, i suoi alunni non studiano, sono distratti o violenti, difesi dalle loro famiglie, capricciosi e scurrili, la sua nobile tradizione è decaduta senza scampo. È delusa, afflitta, depressa, non riconosciuta, colpevolizzata, ignorata, violentata dai nostri governanti che hanno cinicamente tagliato le sue risorse e non credono piú nell’importanza della cultura e della formazione che essa deve difendere e trasmettere. È già morta? È ancora viva? Sopravvive? Serve ancora a qualcosa oppure è destinata a essere un residuo di un tempo oramai esaurito? È questo il ritratto smarrito della nostra Scuola.

[Massimo Recalcati, L’ ora di lezione, Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, Incipit]

Nel ventre del dolore. — ilpensierononlineare

(A te che sempre sei e sempre sarai.) Incredulità, smarrimento, rabbia, terrore, stasi e ancora rabbia. Non sono gli stadi del lutto perché da me, non incontrerete mai una dottoressa lineare, schematica e “scolastica”, ma incontrerete una dottoressa che vive nella gioia e nel dolore della quotidianità che non dimentica mai -soprattutto- quando si trova […]

Nel ventre del dolore. — ilpensierononlineare

Se questa è dignità

Dopo una “vacanza” ospedaliera durata alcuni giorni, finalmente il ritorno a casa e la possibilità di riprendere ad occuparmi del mio blog, con un post che avrei preferito non scrivere.

La lettera che segue, tratta dall’articolo “Se questa è una prof”, di Alessandro D’Avenia [Corriere della Sera, rubrica “Ultimo banco” del 30/05/2022] riassume le peripezie di una povera prof che partecipa ad un concorso tanto atteso che avrebbe potuto garantirle l’immissione in ruolo.

Per rendere pienamente l’idea cito integralmente.

Sono docente di Scienze alle superiori da 8 anni. Nel 2019 ho conseguito (sette esami in un mese e mezzo) i crediti che siamo stati obbligati ad avere per poter partecipare al concorso ordinario che doveva svolgersi nell’estate di quell’anno, ma cade il governo e il concorso si blocca. Sarebbe dovuto ripartire con il ministro Fioramonti che però, a dicembre 2019, si dimette: secondo stop. Azzolina a fine dicembre annuncia il concorso che a febbraio 2020 si blocca per la terza volta per il Covid. Se ne va Azzolina e, fra mille ritardi e promesse, arriva il 2022: a febbraio Bianchi annuncia l’atteso concorso.

Si scopre che consisterà in un test a risposta multipla e i candidati non potranno usare carta e penna per svolgere le prove di matematica, fisica, chimica e informatica.

Perché non fare usare carta e penna per rispondere in 100 minuti a 50 domande con esercizi per i quali servono formule e conti?

Inoltre il test per la mia classe di concorso (Scienze alle superiori) si rivela diverso da quanto indicato dal Decreto: ci sono meno domande di scienze/biologia e più di chimica rispetto al numero dichiarato dal modello.

Gli esercizi richiedono di ricavare le formule senza la tavola periodica e di fare i conti con decimali ed esponenziali.

Per questo chiediamo carta e penna.

Ci viene detto che è vietato «scrivere su fogli».

Domando: «E la penna?».

Risposta: «La penna sì. Non potete usare fogli, ma se vuole può scrivere i calcoli sul banco o tatuarsi il corpo».

Basita, rispondo che voglio la penna, ma sul banco non si riesce a scrivere.

Comincia la prova che attendo dal 2019: ho studiato un’estate intera, sacrificato vacanze di Natale, di Pasqua e le notti degli ultimi due mesi. In tanti abbiamo preparato il concorso mentre stavamo lavorando e con una famiglia da accudire.

Comincio a scrivere sulle braccia: dopo cinque esercizi non ho più spazio. Non ho più parti del corpo scoperte da segnare.

Svolgo il test smarrita e umiliata.

Ma cosa siamo? Un concorso svolto sul corpo?

Finisce il tempo. Il tecnico d’aula verifica i risultati: tutti bocciati.

Il presidente di commissione commenta: «Non mi è mai capitato un concorso in cui in 2 giorni ci siano zero promossi».

Che senso ha prepararsi tanto per una prova che, speravo, potesse stabilizzarmi dopo anni di precariato, e trovarmi poi di fronte a un test a risposta multipla quasi totalmente centrato su una materia per la quale non ho deciso di concorrere e nel quale non posso svolgere degli esercizi come qualunque studente al mondo?

A questa vergogna si aggiunge la disparità di trattamento (per l’uso di carta e penna) in sedi concorsuali diverse.

Ce ne sarebbe abbastanza per annullare la prova.

Allego le foto (scattate, alla fine dell’esame, nel bagno della scuola in cui ho svolto il concorso) dei segni che porto nel corpo. E nell’anima. Segni che rimarranno in me. Il reclutamento nella scuola si può fare in questo modo vergognoso? In quale altro Paese europeo accadrebbe?

Concorsi che hanno l’unica finalità di mantenere alto il numero dei precari che allo Stato costano meno dei docenti di ruolo, con classi che a marzo sono ancora senza docenti, reclutati poi tra studenti universitari per riuscire a coprire i buchi. Vogliamo rendere l’Italia consapevole di cos’è la scuola oggi? Aiutaci per favore a far emergere tutto il marcio che c’è. Abbiamo una dignità: come persone e come lavoratori al servizio dello Stato e della crescita dei suoi cittadini.

Questa lettera mi ha riportato alla mente un episodio. Ero docente alle superiori e un giorno ci recammo, studenti e insegnanti, ad assistere ad uno spettacolo circense. Tutto filò liscio per una buona mezz’ora, fino a quando cioè, circa a metà dello spettacolo, si presentò sulla scena un vecchio clown. Prim’ancora che questi potesse dire una sola parola si udì, proveniente da una gradinata, un sonorissimo fischio. Seguì un silenzio carico di tensione, quasi irreale. Senza scomporsi, il vecchio artista prese il microfono e, guardando verso il luogo da dove presumibilmente era partita la provocazione, disse: Caro amico, sappi che io vengo pagato – e sottolineò particolarmente queste parole – per fare il pagliaccio, tu invece lo fai gratis!

Silenzio di tomba per qualche minuto… poi un applauso scrociante.

Che lezione di vita!

Confrontando le due vicende, devo rilevare che il clown ebbe la possibilità di difendere la propria dignità, ma alla collega che ha inviato la lettera a D’Avenia non è stato concesso.

Che dire?

Cose d’Italia.

“Ahi serva Italia, di dolore ostello” direbbe Dante… povera scuola italiana dico io. Dignità del docente calpestata, libera interpretazione dei regolamenti, autonomia gestionale che consente diverse modalità di erogazione del servizio a discapito dell’omogeneità, non dico dell’insegnamento poiché per ovvie ragioni non è auspicabile, ma quanto meno a livello dirigenziale per garantire gli stessi diritti a tutti.

Immagino la disperazione della poveretta nel constatare di non avere più parti del corpo scoperte da segnare.

Ovviamente una catastrofe, immagino senza precedenti, si abbatte sui candidati: tutti bocciati. Come dicono dalle mie parti: “Cornuti e mazziati”.

Che senso ha prepararsi tanto – si sfoga la malcapitata – per una prova che, speravo, potesse stabilizzarmi dopo anni di precariato, e trovarmi poi di fronte a un test a risposta multipla quasi totalmente centrato su una materia per la quale non ho deciso di concorrere e nel quale non posso svolgere degli esercizi come qualunque studente al mondo?

A questa vergogna si aggiunge la disparità di trattamento (per l’uso di carta e penna) in sedi concorsuali diverse.

Dire che sono rimasto basito è il minimo. Quello che ritengo sia il mestiere più bello del mondo, devo constatare con grande rammarico, che sta diventando ogni giorno di più un luogo di espiazione per coloro che vogliono assumersi l’ingrato compito di iniziare una professione, quella del docente, che ha perso quasi del tutto “appeal”, tra l’altro per colpe che dovrebbero essere ripartite tra molteplici parti in causa e non appioppate ad una singola variabile.

Ci sarebbe tanto altro da dire, ma chiudo manifestando tutta la mia solidarietà alla collega, con l’augurio di riuscire al più presto a stabilizzare il suo posto in cattedra.

Luigi Lavorgna