“Forza Gigi!”

Generalmente sono mattiniero, ma ci sono dei giorni, in particolare quando piove, fa molto freddo o c’è la nebbia, che poltrire a letto per me è la cosa più ghiotta del mondo. Nonostante i rintocchi della campana del vicino campanile annunciano che sono le sette e che per me è ora di saltare giù dal letto, cerco di procrastinare. Vorrei lasciare il letto, ma sembra un’impresa titanica…

Dopo qualche minuto subentra il senso di colpa che, a sua volta, sfocia in rimorso, in quanto il resto della famiglia, fatta eccezione per una persona, è in piedi già da un pezzo.

Cerco di sedurmi dicendomi che c’è un bel caffè ad attendermi con il suo profumo che, espandendosi per la cucina, solletica le mie narici… per un momento gli occhi si spalancano, la mente mi implora di darmi una mossa, ci provo persino, ma resto comunque inerte. Tento di rinforzare facendo dapprima balenare l’idea di poter finalmente terminare la lettura di “Ciò che inferno non è” di Alessandro D’Avenia, uno dei miei scrittori preferiti, e poi facendo il solletico al mio stomaco prospettandogli una succulenta colazione… ma nisba.

Come ultima chance, ricordando che quando da ragazzo giocavo a pallone, in porta per la precisione, – per dovere di cronaca mi corre l’obbligo (scusate il politichese) di sottolineare che in porta generalmente veniva relegato il più scarso – un maresciallo dei carabinieri in pensione che assisteva quasi sempre alle nostre partitelle tra amici, mi incitava a gran voce: “Forza Gigi, forza Gigi, forza Gigi…”, faccio appello al mio buon cuore e dicendo a denti stretti: “Forza Gigi, forza Gigi…” riesco a tirami giù dal letto.

Confesso che anche stamane, comodamente sdraiato sul letto, intento a rivedere per l’ennesima volta dal mio smarthphone l’intramontabile “Ombre rosse” del duo John Ford e John Wayne, ho perso la cognizione del tempo. E anche quando sullo schermo è comparsa la parola “fine”, per alzarmi dal letto sono stato costretto a spronarmi dicendomi: “Forza Gigi, forza Gigi…”

Luigi Lavorgna

Lo studente diventa protagonista

“Per eliminare la paura ogni maestro dovrà trovare strategie adatte all’età dei discepoli e alla materia. Io per esempio programmo verifiche e interrogazioni in anticipo, solo così diventano un momento di scoperta: non mi interessa scovare ciò che lo studente non sa (capisco subito se ha studiato o no), ma che cosa può scoprire in base a quello che ha studiato (più studia, anche al di là dei compiti, e sa organizzarsi, più la prova lo gratificherà), perché cerco di porre domande feconde per il modo in cui il cervello umano scopre (andando dal noto all’ignoto), domande che non richiedono risposte chiuse da ripetere come io mi aspetto (addestramento), ma invitano a far scoperte che possono spiazzare anche me (spesso ho dovuto arricchire o rettificare ciò che pensavo). Solo così lo studente diventa protagonista del sapere e la verifica diventa un dialogo. La paura è sostituita dalla responsabilità, l’ansia dalla curiosità, la fatica dalla sfida.”

[Alessandro D’Avenia, O il voto o la vita!, Corriere della sera,26 aprile 2021

La felicità

La felicità si ottiene a prezzo dell’anima, ma occorre capire se mentre crediamo di liberarci ci stiamo solo vendendoal peggior offerente. Solo il Nuovo libera, perché spinge a cercare l’irraggiungibile, abbandonando amari paradisi artificiali e rendendoci coraggiosi come i bambini, perché «per il bambino…l’universoè uguale al suo vasto desiderio», purché a quel desiderio non si rinunci o non lo si baratti con uno specchietto luccicante, ribellandosi a chi ce lo offre, in cambio dell’anima, per arricchirsi e dominarci. Noi siamo fatti per ben altro, per ben oltre.

[Alessandro D’Avenia, La Noia e il Nuovo, Corriere della Sera, 12 aprile 2021]

Il desiderio

Il desiderio è il principio di animazione della vita e i bambini ne sono, almeno per poco, portatori autentici, perché non hanno ancora fatto in tempo a inseguire miraggi di felicità proposti o imposti dalla cultura o dalle aspettative altrui: oggi il consumo e l’autoaffermazione contro tutto e tutti.

[Alessandro D’Avenia, 71. La Zona rossa, Corriere della Sera, 15/03/2021]

Fuga dalla realtà

…se una cultura non rende la vita più trasparente e i legami tra le persone più semplici e autentici, allora non è civiltà, ma fuga dalla realtà cioè dalla vita stessa.

[Alessandro D’Avenia, “Qualcosa di personale”, Corriere della Sera, 1 febbraio 2021]

Quale è stata la cosa più bella di ieri?

<<Quale è stata la cosa più bella di ieri? Ho chiesto qualche giorno fa a una classe di universitari di un master di scrittura. Li incontravo per la prima volta e, per entrare rapidamente in sintonia con loro, ho inventato una forma particolare di appello. Bisognava dire il proprio nome e raccontare, in breve, la «cosa bella» del giorno prima: la vittoria della squadra del cuore acciuffata ai rigori, la lettura delle ultime pagine di Anna Karenina, una carbonara ben riuscita e condivisa con un amico, pettinarsi senza sentire – per la prima volta – il dolore di una ferita provocata da una violenza… Sono tutte esperienze (quanto straordinarie non conta) di risonanza, che fermano il tempo e che vengono mandate «a memoria» (in inglese si dice by heart, in francese par coeur: «a cuore»), perché sono vita che si è ampliata e non può essere più portata via: si vive più «a lungo» solo quando si vive più «in largo» o «in profondità». Se invece la felicità si riduce a un risultato relativo a oggetti e standard da raggiungere, l’ordinario viene escluso e la memoria si riduce a una soffitta ingombra di pezzi di passato, rispolverati in occasioni estemporanee e sentimentali.>>

Alessandro D’Avenia, Corriere della Sera del 25 gennaio 2021

https://www.corriere.it/alessandro-d-avenia-ultimo-banco/21_gennaio_25/64-ritorno-futuro-b9b97796-5e60-11eb-9d4d-6cce1a220c09.shtml?refresh_ce

In sospeso

«Non ero pronto», così mi ha detto un amico, che è come un fratello e che ha perso il padre qualche giorno fa. E chi può essere pronto, amico mio? Si rimane sospesi nel vuoto, come funamboli, per questo li ho studiati con attenzione. Il loro segreto è concentrarsi solo su un passo, il prossimo, tutto il corpo sull’avampiede e la corda come fosse il pavimento. Il momento più pericoloso delle loro camminate «in aria» è all’inizio e alla fine, primi e ultimi passi, quando sembra un nulla tornare indietro o saltare avanti: il rischio viene proprio dal voler eliminare la vertigine e la condizione di sospensione. Così è nei momenti funambolici della vita, sospesi nel vuoto, vorremmo tornare indietro o saltare in avanti, ma proprio questo ci fa cadere: bisogna invece rimanere lì, tutti interi, nel passo, senza passato né futuro, perché passato e futuro non sono né dietro né davanti a noi, ma dentro di noi. Anche i filosofi parlano di «sospensione del giudizio» per indicare l’impossibilità di comprendere qualcosa di cui ci mancano dati sufficienti, condizione non facile ma feconda per il pensiero che diventa così capace di vedere le cose in modo nuovo.

[Alessandro D’Avenia, In sospeso, Corriere della Sera del 22/11/2020

Mancanza di carattere

Spesso incontro ragazzi demoralizzati: la loro tristezza non è però sintomo di un disagio psichico o mancanza di speranza, ma semplice mancanza di «carattere», cioè di scelte. Demoralizzato vuol dire infatti privato (de-) di morale (dal termine latino che indicava sia il carattere di una persona sia le leggi che ne guidano l’agire libero, perché sono inscindibili: io divento ciò che scelgo e faccio). I ragazzi si demoralizzano quando non sono allenati a scegliere, perché non li abbiamo messi in condizione di farsi carico della realtà, di risponderle. Rispondere e responsabilità hanno la stessa radice: irresponsabile è infatti chi non sente la realtà e ciò accade se la cultura dominante la nasconde.

[Alessandro D’Avenia, Demoralizzati, Corriere della Sera del 26/10/2020]