Per dirla con Spinoza

Per dirla con Spinoza, viviamo in un’epoca dominata da quelle che il filosofo chiama le ‘passioni tristi’, dove il riferimento non è al dolore o al pianto, ma all’impotenza, alla disgregazione e alla mancanza di senso, che fanno della crisi attuale qualcosa di diverso dalle altre a cui l’Occidente ha saputo adattarsi, perché si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà…Un po’ di musica sparata nelle orecchie per cancellare tutte le parole, un po’di droga per anestetizzare il dolore o per provare una qualche emozione, tanta solitudine tipica di quell’individualismo esasperato, sconosciuto alle generazioni precedenti, indotto dalla persuasione che – stante l’inaridimento di tutti i legami affettivi – non ci si salva se non da soli, magari attaccandosi, nel  deserto dei valori, a quell’unico generatore simbolico di tutti i valori che nella nostra cultura si chiama denaro.

[Umberto Galimberti]

Dimentica quello che è stato

…dimentica quello che è stato…

…comunque non tornerà…

io non voglio cancellare il mio passato

perché nel bene o nel male

mi ha reso quello che sono oggi

anzi

ringrazio

chi mi ha fatto scoprire

l’amore e il dolore

chi mi ha amato e usato

chi mi ha detto

ti voglio bene credendoci

e chi invece l’ha fatto

solo per i suoi sporchi comodi

io ringrazio me stesso

per aver trovato sempre

la forza di rialzarmi e andare avanti

sempre

[Oscar Wilde]

L’amicizia con una donna che si stima è impossibile

<<…checché se ne dica, l’amicizia con una donna che si stima è impossibile. Ha sempre il vizio di trasformarsi in amore, perché è già amore, e di rovinare tutto con la violenza della passione. Ma la passione si dimentica del poeta e lascia l’uomo nudo. E l’uomo nudo non scrive, perché perde la sua solitudine, il suo dolore per la vita.>>

[Alessandro D’Avenia, Ogni storia è una storia d’amore]

IV

“(…) pur essendo rimpinzato di oggetti all’ultimo grido su cui poteva tranquillamente accomodarsi senza doversi occupare di quel dolore al centro del petto che fa di ciascun uomo un’immortalità ferita. Avrebbe potuto accontentarsi di un infinito tascabile, ripetibile e riproducibile, come tendiamo a fare tutti il più delle volte, anziché cercare l’infinito stesso. Ci accontentiamo della continua ripetizione di esperienze ed emozioni, che alla lunga annoiano o spingono alla ricerca di sensazioni sempre più forti, fino a quella più forte di tutte, l’autodistruzione. Eppure questo ragazzo, proprio dall’ennesimo fallimento, ha tratto la lezione che insegnerà ai suoi figli: la sua ferita si è trasformata in futuro, in vita.”

[Alessandro D’Avenia, L’arte di essere fragili]

16.

   <<Le relazioni sono generative quando decidiamo di prenderci la responsabilità del destino delle cose e delle persone. A volte qualcuno riesce a dare solo il suo dolore e la sua fragilità, ma anche questi sono doni che invitano a offrire cura. La storia così diventa uno scenario fatto per dare e ricevere, ciascuno nel suo ambito e come può. Per esempio nel mio questo significa mettere al primo posto alunni e colleghi, e scoprire che cosa ciascuno ha di unico da dare e che cosa invece ha bisogno di ricevere. Se non lo si fa le relazioni diventano degenerative, che non vuol dire faticose o difficili (è normale nelle relazioni vere) ma prive di vita, cioè le energie e la gioia si spengono, e arrivano nell’ordine: solitudine, stanchezza, disperazione e distruzione.>>

[Alessandro D’Avenia – Un letto terra terra – Corriere della Sera 01/07/2019]

“Chi non ha sofferto non sa condividere le sofferenze altrui”

   <<Le persone che non soffrono mai non possono crescere né sapere chi sono>> ha detto, citando lo scrittore americano James Baldwin, il nostro Gigi Buffon portierone quarantunenne in forza al Paris San Germain, all’indomani della conquista del decimo scudetto personale. Gigi Buffon è una leggenda del calcio e credo che possa essere considerato una fonte attendibilissima, un esempio di professionalità e serietà.

   Il termine sofferenza, una volta sinonimo di pazienza e sopportazione, rimanda ad un contesto di dolore, sia fisico che emotivo, che provoca tormenti e patimenti. Generalmente ci si preoccupa solo del dolore fisico, eppure il dolore emotivo spesso è più resistente e intenso di quello fisico.

   Per combattere il dolore fisico si ricorre ai farmaci, per quello emotivo occorre utilizzare tutte le risorse psicologiche di cui si dispone per elaborare le strategie più idonee ad “uscire fuori dal guado”.

   Una volta si veniva educati alla sopportazione, alla tolleranza, alla resilienza, al differimento della gratificazione e la sofferenza era considerata un trampolino di lancio per la crescita.

   Oggi invece, si tende ad evitare il dolore, con il rischio di cadere sotto i colpi inferti dalla vita. Pochi hanno forza e coraggio sufficienti per rialzarsi e riprendere il cammino. Ci sono infatti tantissime persone soprattutto tra i giovani che, in deficit d’identità, non riuscendo a reagire, boicottano essi stessi sia il loro presente che il loro futuro.

4.

Da un lato c’è la via in salita che trasforma la mancanza in inventiva: il culto, la politica, l’arte, la scienza, il lavoro, e tutto ciò che l’uomo crea proprio perché la felicità gli manca. I Greci imboccarono questa via e della sofferenza fecero un cammino. Non la rimossero, ma la trasformarono in occasione: non fuggirono in un mondo in cui morte e dolore non esistono, anzi ne fecero la scuola dell’arte di vivere. Il pathei mathos, «conoscere attraverso il dolore», è il fiero realismo di chi accetta la sofferenza come sfida creativa: «Persino nel sonno gocciola nel cuore,/e la saggezza giunge anche a chi la respinge» scrive Eschilo nell’Agamennone. Di fronte al muro del destino i Greci provarono ad aprire una breccia: esistere è resistere, agire, creare. Per questo cercarono la bellezza immortale: tutta la loro «conoscenza», dalla politica all’arte, nasce dal tentativo di dare senso alla ferita mortale e originaria dell’uomo. Questo è anche il metodo di Aristotele, la via aperta dall’etica del bene: per essere felici la strada è impegnarsi a fare la cosa giusta ed evitare di fare il male.

Dall’altro lato c’è una via in discesa che rifiuta la vita così com’è o ne fa un alibi per disimpegnarsi. La mancanza non è vita e va rimossa, la sofferenza non serve a nulla, il limite non può diventare ricerca. Fontana tagliava le tele per ricordarci che abbiamo ferite-feritoie da tenere aperte per affacciarci sulla realtà, ma noi corriamo a chiuderle e cancelliamo le cicatrici con un photoshop mentale. È la via scelta dall’etica del successo e del piacere: alle domande sulla sofferenza spesso si risponde cambiando discorso o regalandosi sempre nuove distrazioni. Ne vedo gli effetti su ragazzi in preda al panico di fronte al dolore e al fallimento. Nei loro cuori e menti cresce il “non senso”, il cancro dell’azione e del desiderio: se la vita fa schifo perché devo impegnarmi? Fatemi gioire: happy hour, happy meal, happy pills… E se non potrò vincere e godere mi toglierò di mezzo.

(Alessandro D’Avenia, “L’Uovo e la Croce”, Corriere della Sera del 15/04/2019)