Dimensione uomo [35]

Lo schema di riferimento

L’essere umano ragiona, decide, agisce seguendo una procedura messa a punto tesaurizzando le esperienze passate, sia individuali che collettive. Il bagaglio di valori, precetti, credenze, ecc. che supportano il nostro comportamento, compongono il cosiddetto schema di riferimento.

Questo schema, consentendo di leggere ed interpretare la realtà che ci circonda secondo il nostro punto di vista, condiziona notevolmente il comportamento di ognuno. Possiamo avere uno schema di riferimento individuale (riguarda la singola persona) e uno schema di riferimento sociale (gruppi).

In sostanza lo schema di riferimento riguarda la struttura in cui sono organizzati i nostri valori, le nostre idee, le immagini, gli elementi della nostra motivazione.

Lo schema di riferimento è un valore assoluto e stabile nel tempo, ma può variare al variare delle nostre e delle altrui esperienze.

Deriva dalle esperienze dirette: relazione, lavoro, studio, e via dicendo, nonché dalle esperienze indirette (vissute dagli altri).

L’osservazione e la percezione non sono operazioni passive ma attive in quanto concorrono alla formazione delle immagini elaborate dal nostro punto di vista. Ad esempio un target, una categoria di persone, un gruppo, vedono le cose allo stesso modo, che è diverso dallo stesso modo di vedere di un’altra categoria.

(continua)

Luigi Lavorgna

Dimensione uomo [24]

Lo status

   Ognuno di noi occupa un posto in società corrispondente alla propria posizione sociale, perciò ogni schema sociale a cui si vuole fare riferimento è caratterizzato dall’insieme delle posizioni occupate dai vari membri in rapporto agli altri. Lo status, ovvero il prestigio, è strettamente collegato alla posizione sociale. La posizione detenuta consente all’individuo di essere titolare di diritti e di doveri, e gli impone una serie di altri comportamenti connessi ai rapporti con persone di altro status.

   Possiamo distinguere uno status soggettivo e uno status sociale. Il primo è inerente alla valutazione fatta da un individuo dei propri risultati in rapporto a quella che ritiene gli altri membri ottengano. Se un individuo si attribuisce dei risultati superiori agli altri siamo di fronte ad uno status soggettivo elevato, viceversa, se costui si attribuisce dei risultati inferiori parleremo di status soggettivo basso.

   Lo status sociale, invece, non è un’attribuzione individuale bensì è fatta dagli altri che valutano in un certo modo la posizione in oggetto, indipendentemente dalla persona che la occupa. Lo status sociale è strutturato gerarchicamente: un ristretto numero di persone si trova ad occupare le posizioni di vertice mentre la maggioranza occupa posizioni subordinate che vanno dai livelli intermedi a quelli più bassi. E’ determinato da fattori quali: istruzione, proprietà, reddito, attività professionali e di altro tipo. La distribuzione degli status può essere modificata nel momento in cui si verificano delle variazioni negli elementi strutturali.

   E’ stato notato che alcuni individui caratterizzati da uno status inferiore danno un appoggio tangibile alla struttura di status in cui sono inseriti. Questo si spiega probabilmente con il fatto che costoro riconoscono il valore delle posizioni più elevate in quanto possono avere una certa influenza su di essa. Di conseguenza l’individuo può ricevere una ricompensa in rapporto alla consistenza del contributo dato al gruppo. Non solo, ma quando più sarà ridotto il margine delle differenze d’influenza riscontrate inizialmente nei livelli di status, tanto minore sarà il controllo del comportamento degli altri membri che le persone aventi un’elevata influenza potranno mettere in atto.

   Come pure in una situazione in cui è possibile favorire una crescita qualitativa del proprio status, si è visto che persone aventi uno status inferiore sono ben predisposte nei confronti di altre che godono di uno status superiore. Mentre, invece, quando, sebbene non ci sia possibilità di elevazione del proprio livello di status, le sollecitazioni in tal senso sono notevoli, si sviluppano atteggiamenti ostili verso coloro che occupano posizioni di status superiori.

   Lo status viene assegnato sulla base di parametri quali la proprietà, il titolo di studio, il lavoro, ecc.; rappresenta il prestigio di cui gode una persona e, rendendoci titolare di diritti e doveri, genera aspettativa in merito al nostro comportamento.

(continua)

Luigi Lavorgna

Mi piange il cuore per te, Calabria

Questa è la lettera di un Ragazzo di San Lucido in Provincia di Cosenza che sta spopolando in questi giorni sui Social……….Cara Calabria, sei riuscita a far scappare tanta gente. Mi piange il cuore per te, Calabria. Stai perdendo i più onesti, i più sognatori, i più intelligenti, i più coraggiosi, i più lavoratori.

Prima di andarsene dicono tutti che sei diventata troppo stretta, troppo sporca, troppo incivile, troppo corrotta: invivibile. Sei invivibile Calabria, riesci a sentire il giudizio dei tuoi figli? Lo so, sarai sempre la loro mamma e le ferie trascorse da te sembreranno sempre troppo poche… Ma sai, Calabria, quando c’è di mezzo il futuro le tue “ricchezze” valgono ben poco. Offri del cibo buonissimo e dolci tra i più gustosi al mondo, che non riescono comunque a rendere meno amaro il magone in gola di chi deve rifarsi una vita altrove, ripartire da zero. Hai un mare immenso, spiagge da favola e panorami mozzafiato, che non riescono comunque a dare un lavoro. Quindi, non mi illudo, so che le tue ricchezze non riusciranno a rendere meno triste le partenze. Il tuo sole 365 giorni l’anno, i tuoi caffè sempre offerti e l’allegria dei tuoi figli non riusciranno mai e poi mai a rendere meno dolorosa la sua mancanza. Sono troppo arrabbiato con te Calabria, li lasci andare via tutti così facilmente… Continuando così resterai sola. Se ne andranno tutti. Non lamentarti dei troppi immigrati, probabilmente, tra qualche anno, saranno gli unici disposti a fermarsi da te, oltre ai pochi fortunati che riusciranno ad arrivare alla pensione. Probabilmente, tra non molto, sarai data in pasto a quei quattro imprenditori mafiosi che vogliono comprarti. Probabilmente sarai la casa dei figli di papà, quelli che non hanno bisogno di trovare un lavoro e per questo affermano che non ti lasceranno mai, che loro sono calabresi nel cuore e nel sangue. Eppure senza lavoro non avrebbero mai potuto permettersi le vacanze nel tuo limpidissimo mare. Eppure senza stipendio, senza diritti, senza futuro, con l’amaro in bocca, credimi, i tuoi dolci non sembrano più così tanto gustosi. Perché tu lo sai, c’è una cosa che per noi viene sempre prima di tutto: la famiglia. E quando c’è da sacrificarsi per mantenerne o costruirne una, i calabresi sono così forti da riuscire a spezzarsi letteralmente in due: il cuore a casa, la mente e le mani altrove, sul posto di lavoro. Qualsiasi lavoro: operaio, cameriere, cuoco, lavapiatti è comunque più dignitoso di quello che tu puoi offrirci. E non importa se si parte per Londra, Milano, Venezia, Berlino, Roma, Bristol, AMERICA; non importa se quel lavoro lo si trovi in Danimarca, Svizzera, Belgio, Piemonte…per noi calabresi si tratterà sempre e solo di “andare al vivere al nord”.

Sappi, Calabria, che si tratterà sempre e solo di lavoro e di denaro, quel lavoro che al nord riesce a farli sentire tutti più dignitosi, più orgogliosi; quel denaro che da te circola nelle mani di troppe poche persone: quelli che non lo meritano, quelli che sfruttano, quelli che hanno ereditato, quelli che non si disperano. Come faccio a spiegarti il mio stato d’animo, Calabria? Non posso. Nessuna parola sarebbe mai in grado di spiegare che cosa si prova a veder partire e sentire, ogni volta, un pezzo di cuore in meno.

Con affetto. Un altro calabrese che scappa!

[dal web]

Ansia

«Ansia» è stato il nome scelto da una bambina di quinta primaria, quando una collega ha chiesto alla classe di inventare una divinità, dopo aver spiegato loro che gli antichi divinizzavano ciò che ha potere sulla vita: Destino, Invidia, Bellezza… La decenne ha così giustificato la scelta: «Mia madre mi dice sempre che, se non mi impegno, non troverò lavoro». Gli dei contemporanei non sono meno crudeli ed esigenti di quelli antichi. I sempre più diffusi disturbi alimentari e di apprendimento sono in parte ribellioni alla vita come «concorso» basato sulla «prestazione», anziché «percorso» centrato sulla «presenza». Abbiamo rinunciato alla lettura vocazionale della vita, che è pur evidente in ogni elemento del creato, mai statico ma sempre proteso verso un compimento che lo ispira e lo guida come scopo. Dire che qualcuno è in «formazione» è come dire che è in «vocazione»: riceve istante per istante una chiamata che comporta una risposta. Ma al rispetto per la vita delle e nelle cose, che richiede tempo e cura, preferiamo più sicuri standard esteriori che danno l’impressione del compimento, ma mortificano l’originalità. Ci dicono chi essere invece di chiederci chi siamo e di aiutarci a diventarlo, come fa un giardiniere dando a ogni seme ciò che gli serve. Dice l’adagio: «Un seme nascosto nel cuore di una mela è un frutteto invisibile», perché la vita (frutto) e la sua fecondità (frutteto) è nella vita stessa (seme).

[Alessandro D’Avenia – La dea Ansia, Corriere della sera, 27/04/2020]

Sì, nei tuoi sogni!

Era il tempo dell’adolescenza

e i pensieri volavano sulle ali della fantasia…

Verrà il giorno in cui

troverò un buon lavoro

gratificante e ben retribuito,

comprerò l’ultima versione

della macchina dei miei sogni,

uscirò con le ragazze

più belle

più affascinanti,

andrò in vacanza

nelle località turistiche alla moda,

farò una crociera…

e farò morire d’invidia

parenti e amici.

Sì, nei tuoi sogni!

 

Luigi Lavorgna

Un’inversione di tendenza

   <<L’inversione di tendenza rispetto al clima pesante di lamentele e di rassegnazione, di protesta e di rabbia, è tornare a compiere bene il proprio mestiere, recuperando il rapporto di senso tra attitudini, preparazione e utilità sociale di quanto una persona fa, ritrovando l’orizzonte in cui l’utilità sociale si misura anzitutto rispetto a un bene comune solido e duraturo. L’istanza etica è individuale e soggettiva, ma risponde a un ethos collettivo che corrisponda a un progetto di uomo e di umanità autentici, in cui i propri associati riscoprano collocazione e significato del lavoro. Diversamente è improduttivo lamentarsi perché, essendo impotenti di fronte ad un sistema che non si condivide e ci sovrasta, restiamo fermi alle difese corporative.>>

[Carlo Maria Martini – Sto alla porta vol. VII]

La sindrome di Penelope

   Una delle figure più significative dell’“Odissea” di Omero è quella di Penelope, fedele sposa del Re di Itaca Ulisse. La storia è arcinota: nonostante vent’anni di lontananza dello sposo e le infinite pressioni a cui è sottoposta dai pretendenti alla sua mano che si sono insediati nella sua casa approfittando dell’assenza dell’eroe, ella riesce a rimandare il matrimonio con un sotterfugio: promette che sceglierà lo sposo solo dopo aver terminato di tessere una tela che tesse di giorno e disfa di notte.

   A parte la seduzione esercitata dall’immagine della sposa fedele che resiste alle lusinghe del mondo e vive nella speranza di riabbracciare il marito e che l’unico modo per raggiungere l’obiettivo era Continua a leggere “La sindrome di Penelope”

Cinque sono le cose che si rimpiangono mentre si sta per morire

<<Cinque sono le cose che si rimpiangono mentre si sta per morire, le uniche reali di una vita:

La prima sarà non aver vissuto secondo le nostre inclinazioni ma prigionieri delle aspettative altrui. Cadrà la maschera di pelle con la quale ci siamo resi amabili, o abbiamo creduto di farlo. Ed era la maschera creata dalla Continua a leggere “Cinque sono le cose che si rimpiangono mentre si sta per morire”