Ulisse, figlio di “buona donna”

C’è stato un tempo che io e i miei coetanei ci dedicavamo al “gioco degli eroi” (nome coniato dal mio amico Marco). Ognuno sceglieva il proprio eroe preferito e ne decantava le lodi. Alla fine, per alzata di mano, si proclamava l’eroe vincitore della sfida. Io generalmente sceglievo Ulisse, coprotagonista dell’Iliade e protagonista assoluto dell’Odissea, immortali poemi omerici. Nel caso fosse stato già scelto, ripiegavo su Zorro.

Perché Ulisse?

Ulisse fa parte di quella schiera di personaggi che, lasciando una traccia indelebile del loro passaggio, trascendono il tempo. Quando si parla del Laerziade Ulisse, “basta la parola”.

Avventuriero e protagonista di mille sfide, Ulisse è furbo, temerario nell’affrontare l’ignoto, pronto di spirito, astuto, maestro d’inganni, curioso, geniale, orgoglioso, nostalgico della famiglia e della patria, navigatore e tanto, tanto altro ancora. L’eroe omerico è ricordato in particolare per essere l’ideatore del “cavallo di Troia”, per essere sfuggito alle sirene ammaliatrici, per l’accecamento di Polifemo e per il cane Argo che dopo vent’anni riconosce il proprio padrone e muore felice.

Per resistere al canto ammaliatore di Scilla e Cariddi (mostri marini con il volto di donne bellissime che attirano gli uomini di passaggio su quel tratto di mare con il loro irresistibile canto per poi divorarli) dopo aver tappato le orecchie dei compagni con la cera, Ulisse si fa legare all’albero della nave in modo da poter ascoltare la loro voce senza restarne vittima.

Per scappare dalla grotta di Polifemo, invece, “Nessuno”, come prudentemente aveva dichiarato di chiamarsi, dopo aver accecato il ciclope conficcandogli un tizzone nell’unico occhio, lega se stesso e i compagni sotto il ventre delle pecore che il gigantesco figlio di Poseidone fa uscire ogni mattina a pascolare. Grazie a questo stratagemma riescono tutti ad allontanarsi dall’antro e a salire a bordo della nave. Tragicomica è la scena in cui, alla domanda “Chi è stato?” dei molti ciclopi accorsi al sentire delle urla e dei lamenti di Polifemo, quest’ultimo risponde: <<Nessuno mi ha accecato. Nessuno vuole uccidermi.>>

La scena del cane Argo che, dopo aver conservato intatto per venti lunghi anni il ricordo dell’amato padrone appena lo vede subito lo riconosce, è di un’incredibile intensità emotiva… Argo scodinzola e, spendendo le sue ultime energie, trova la forza per alzare la testa e le orecchie per dire addio all’eroe, strappandogli una lacrima subito asciugata di nascosto.

Dulcis in fundo, il cosiddetto Cavallo di Troia, ovvero, uno stratagemma per alcuni, un inganno per altri, che più di tante altre imprese, ha consacrato Ulisse all’immortalità. Fonte perenne di ispirazione per tanti truffatori, è un vero è proprio capolavoro di strategia bellica.

La storia è nota. I greci fingono di rinunciare all’assedio di Troia, le loro navi prendono il largo, ma lasciano davanti alle mura della città, un grandissimo cavallo di legno che al suo interno nasconde Ulisse e un gruppo dei migliori guerrieri. Il cavallo viene portato all’interno della città e gli abitanti organizzano una grande festa con canti, balli e grandi bevute. Nel corso della notte, approfittando che i troiani sono quasi tutti ubriachi, dal ventre del cavallo di legno escono silenziosi gli achei che mettono a ferro e fuoco la città priva di difesa.

Ma, a finale, chi è Ulisse?

È un eroe? È un imbroglione? È un imbonitore? È un grande condottiero? Mah!? Tutto sommato, devo ammettere che in realtà si tratta di un personaggio dai mille volti, eclettico, camaleontico, cosmopolita, divorato dalla sete di conoscenza e tanto, tanto altro ancora.

Ulisse è il prototipo del viaggiatore che, spinto proprio dalla sete di conoscenza, vuole svelare l’ignoto, andare oltre ogni limite. Per soddisfare il suo Ego smisurato, sacrifica anche l’amore per la famiglia e la propria terra, che ritroverà soltanto dopo vent’anni di peripezie. Ma alla fine si riscatta riabbracciando entrambe.

Anche se Dante nella Divina Commedia sprofonda Ulisse nell’Inferno accusandolo di aver dato consigli ingannevoli durante la vita terrena, comunque è proprio all’eroe omerico che mette in bocca la frase: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.

Che altro dire? Per me, Ulisse, al di là di ogni altra considerazione, è semplicemente un uomo, un figlio di “buona donna” ma uomo, uomo vero, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, le sue fragilità e la sua grandezza.

Luigi Lavorgna

La sindrome di Penelope

   Una delle figure più significative dell’“Odissea” di Omero è quella di Penelope, fedele sposa del Re di Itaca Ulisse. La storia è arcinota: nonostante vent’anni di lontananza dello sposo e le infinite pressioni a cui è sottoposta dai pretendenti alla sua mano che si sono insediati nella sua casa approfittando dell’assenza dell’eroe, ella riesce a rimandare il matrimonio con un sotterfugio: promette che sceglierà lo sposo solo dopo aver terminato di tessere una tela che tesse di giorno e disfa di notte.

   A parte la seduzione esercitata dall’immagine della sposa fedele che resiste alle lusinghe del mondo e vive nella speranza di riabbracciare il marito e che l’unico modo per raggiungere l’obiettivo era Continua a leggere “La sindrome di Penelope”