Tesaurizzare la lezione

Non umiliare nessuno è una lezione che ho imparato durante il primo anno di docenza, in quel di Milano. Classe terza di un istituto tecnico commerciale, una mia alunna, che chiamerò Laura (nome di fantasia), facendosi coraggio si avvicinò alla cattedra e sottovoce disse: <<Chiedo scusa prof, volevo chiederle… un quintale, quanti kg sono?>>

Decisi di sfruttare l’occasione per esortare i ragazzi a non avere timore di porre domande, fossero anche banali. Pertanto, invece di darle la risposta, mi rivolsi a tutta la classe. <<Ragazzi, per non accumulare lacune che potrebbero inficiare il vostro percorso di apprendimento, è quanto mai opportuno chiarire ogni problematica prima di passare alla successiva. Faccio i miei complimenti a Laura per aver avuto il coraggio di porre una domanda per chiarire un suo dubbio.>>

La ragazza in questione, pallida in viso, stava sulle sue e aspettava con apprensione il prosieguo del mio discorso.

<<La vostra compagna mi ha chiesto quanti kg ci vogliono per fare un quintale.>> Lei abbassò lo sguardo nel vedere il sorrisetto ironico di qualche compagno di classe. Impietrita, si fece “piccola piccola”… il suo disagio era palpabile. Sono certo che se avesse potuto si sarebbe dileguata. Ebbi l’impressione di averla fatta grossa, anche se in buonafede.

Cercando di recuperare una situazione che sembrava compromessa, mi avventurai in una lunga filippica relativamente all’importanza di risolvere un problema nel momento in cui si pone. Citai anche un adagio delle mie parti che recita più o meno così: “Meglio arrossire una volta che ingiallire mille volte”, facendo l’esempio dello studente impreparato che per paura di essere interrogato si sente a disagio durante tutta l’ora di lezione.

Nel dare la risposta al quesito, infine, volendo dare ai ragazzi un ulteriore opzione per risolvere un problema, ricorsi al metodo empirico. <<Prendiamo ad esempio – dissi – un sacco di cemento; pesa 50 Kg (all’epoca non esistevano sacchi di 25 kg), corrisponde a mezzo quintale. Pertanto, occorrono due sacchi per fare un quintale, ovvero 100 kg.>>

Per chiudere, aggiunsi: <<Mi congratulo di nuovo con Laura e vi invito a farle un applauso, ma soprattutto a seguire il suo esempio>> e la invitai a ritornare al suo posto.

A distanza di quarant’anni, ogni volta che mi capita di pensarci, ancora rimprovero a me stesso la mancanza di tatto in quell’occasione. Il lato positivo è che da allora non si è mai più verificata una cosa del genere. Avevo tesaurizzato la lezione.

Luigi Lavorgna

Le due facce della medaglia 1.

Generalmente, se dico costantemente ad una persona che è un asino e non capisce niente, alla lunga finirà per crederci e comportarsi come tale.

Ma c’è anche chi, come racconta Massimo Recalcati nel suo “L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento”, riesce a trovare la forza di ribaltare una “condanna” (bocciato agli esami di seconda elementare) che sembrava senza appello.

“Ogni volta –scrive Recalcati – che mia madre andava da lei (la maestra) – una donna severa, sempre vestita di nero, con occhiali spessi e accanita fumatrice di Muratti – in colloquio ne usciva immancabilmente umiliata e tra le lacrime. Io mi avvicinavo silenzioso e impaurito pensando che ero un disastro e che sapevo solo deluderla. Ma lei, stranamente, anziché rimproverarmi, come faceva di solito con un certo nervosismo, mi diceva con calma lunare che ce l’avrei fatta come tutti gli altri, che non ero diverso dai miei compagni e che forse avrei solo avuto bisogno di un po’ più di tempo.” E ancora: “Mia madre mi chiedeva di darle fiducia, di credere alla sua promessa: «Studia e vedrai cose che io non ho potuto vedere».”

Finalmente approdato alle superiori, ci fu la svolta: “Poi, l’incontro con una professoressa delle superiori e “mi gettai nei libri con una forza sconosciuta. E da allora non ho più smesso di amare lo studio.”

Recalcati seguiva le lezioni in III e contemporaneamente studiava da autodidatta per sostenere l’esame di ammissione in IV, recuperando un anno. Grazie a questa docente che gli aveva dato la forza di credere che non tutto era ancora scritto, riuscì a riprendere in mano la sua vita.

Chi è Massimo Recalcati oggi è noto: Docente universitario, conferenziere, psicoanalista, scrittore prolifico e tanto altro ancora.

Luigi Lavorgna

Il ritratto smarrito della nostra Scuola.

“Non respira, non conta più nulla, arranca, è povera, marginalizzata, i suoi edifici crollano, i suoi insegnanti sono umiliati, frustrati, scherniti, i suoi alunni non studiano, sono distratti o violenti, difesi dalle loro famiglie, capricciosi e scurrili, la sua nobile tradizione è decaduta senza scampo. È delusa, afflitta, depressa, non riconosciuta, colpevolizzata, ignorata, violentata dai nostri governanti che hanno cinicamente tagliato le sue risorse e non credono più nell’importanza della cultura e della formazione che essa deve difendere e trasmettere. È già morta? È ancora viva? Sopravvive? Serve ancora a qualcosa oppure è destinata a essere un residuo di un tempo oramai esaurito? È questo il ritratto smarrito della nostra Scuola.”

[Massimo Recalcati – L’ora di lezione, per un’erotica dell’insegnamento – Einaudi]

Dimmelo… insegnamelo… coinvolgimi…

Dimmelo e lo dimenticherò, insegnamelo e lo ricorderò, coinvolgimi e lo imparerò.

Questo celeberrimo aforisma di Benjamin Franklin, Padre Fondatore degli Stati Uniti d’America, nonché scienziato, politico e tanto altro ancora, dovrebbe essere stampato a caratteri cubitali ed esposto nelle aule di tutte le scuole d’Italia e del mondo.

Il clima che caratterizza la scuola italiana di questi tempi è sempre più turbolento – il Covid ha solo reso più caotica una situazione già problematica di per sé – e la palla delle responsabilità viene rimbalzata da una parte all’altra. Basta seguire qualche talk show, leggere qualche intervista, ascoltare qualche commento spicciolo e via dicendo, per farsi un’idea.

Conciliare le esigenze della didattica, degli insegnanti, dell’organizzazione e gestione di un istituto; rispondere pienamente alle aspettative delle famiglie, degli studenti, del mondo del lavoro, della società e via dicendo, forse, è impossibile. Troppe divergenze, troppe variabili in gioco.

Non entro nei dettagli in quanto la mia è solo un’opinione e come tale è parziale. Dal mio punto di vista di docente in pensione vorrei rilevare semplicemente che il compito principale della scuola è di formare i ragazzi e pertanto occorre concentrarsi esclusivamente su di loro e sui loro bisogni. Occorre, altresì, una netta distinzione tra ruolo e funzioni e non devono verificarsi sconfinamenti: ad ognuno il suo. È vero che i nostri studenti li stiamo perdendo, che la concorrenza dei social, delle mode, dei gruppi dei pari è molto forte e attiva; è vero che la famiglia è sempre più “mutevole” e che non sempre è in grado di assicurare la sua compartecipazione alla crescita soprattutto culturale dei propri figli; è vero che il rapporto tra docente e discente molto spesso non è armonioso; è vero che…

Domanda: <<È possibile superare questa impasse? Ed eventualmente, come?>>

La consapevolezza innanzitutto. Se ci diciamo che problemi non ce ne sono, che tutto va bene, che non puoi costringere con la forza un ragazzo a studiare; se vediamo la pagliuzza negli occhi degli altri e non vediamo la trave nei nostri; se…

Ad ognuno il suo, dicevo poc’anzi, ovvero, che ognuno dia il meglio di sé per quanto di sua competenza. Al corpo docente in particolare, che ha l’ingrato e nello stesso tempo meraviglioso compito di essere a stretto contatto con ragazzi e giovani che sono un “campo in tensione”, che hanno milioni di domande e sono assetati di risposte, che chiedono di essere ascoltati, capiti, incoraggiati, indirizzati verso il giusto sentiero che li porterà alla meta, auguro di riuscire a trovare il grimaldello giusto per scardinare quella corazza che porta al cuore dei ragazzi. L’impegno e la pazienza pagano sempre.

Forse sono andato oltre sconfinando nella retorica, e di questo chiedo venia. Il fatto è che l’insegnamento richiede doti particolari di sensibilità, amore per la cultura, resilienza, ecc., ma vi posso assicurare che ne vale la pena, che la gratificazione, per ogni ragazzo guadagnato alla causa cultura e della vita, è indescrivibile. E che dire di quando a distanza di anni, incontri casualmente per strada un ex alunno che hai contribuito a salvare, e lui attraversa il marciapiede per venire a salutarti…

Ma la cosa più importante di tutto è che insegnare è un privilegio!

Luigi Lavorgna

Nonno coach (4.)

  • Ciao nonno. Che ne diresti se oggi invece di passeggiare per le strade del paese che ormai conosco benissimo andassimo a fare un giretto in campagna? Te la senti?
  • Certo. Visto che oggi è una splendida giornata primaverile, sgranchirmi le gambe non può che giovare alla mia salute.
  • Benissimo.
  • È trascorsa quasi un’ora e non hai detto una parola…
  • Scusa nonno. È la prima volta che vengo in questa zona e sono intento ad osservare il paesaggio. Sono stupito… tanto verde, niente auto, niente traffico, niente rumori…
  • Già, sembra di essere ritornati indietro nel tempo.
  • Come quando eri bambino?
  • Proprio così. Vedi quella casa rurale un po’ malandata? È perfettamente integrata nel paesaggio… semplice ma funzionale. Con le mura di tufo, le travi grezze e il pavimento di mattoni, una volta era un agglomerato generalmente composto di una cucina ampia e spaziosa, una camera da letto, una stanza adibita a deposito, quasi sempre la cantina; con annessi, stalla, legnaia, porcile, fienile, forno in mattoni, pozzo e aia. Quest’ultima era un ampio spazio davanti casa utilizzato per trebbiare il grano, per sgranare il granturco, per la battitura dei fagioli, ecc.) e, infine, il capannone per il ricovero degli attrezzi.
  • Interessante.
  • Vieni, avviciniamoci. Attento però, potrebbe essere pericoloso. Ecco, questa è la cucina, il centro nevralgico della vita familiare. Quello, invece, era il camino, vedi? Tutto ruotava intorno al cosiddetto “focolare domestico”, dove si cucinava e ci si rifocillava, ci si scaldava al fuoco nei periodi freddi. Ivi si apriva il cuore e la mente, e tra una confessione e l’altra, uno sfogo e l’altro, si acquisiva la consapevolezza dell’immensa forza di una famiglia coesa che riesce a far fronte ad ogni evenienza. D’inverno, mentre ero seduto intorno al camino in compagnia dei miei genitori, si creava un’atmosfera che favoriva il dialogo, la condivisione di esperienze, la messa a punto di strategie… Ricordo che, accoccolato vicino al fuoco, non perdevo una parola di quanto essi dicevano. C’era un certo che di magico nell’ascoltare lo scoppiettio della legna che bruciava, nel seguire il gioco delle luci e delle ombre che illuminavano od oscuravano le pareti della cucina, magari in attesa che le caldarroste fossero pronte. Una sensazione di benessere, di tranquillità e serenità insieme, caratterizzava quei momenti.
  • Ti si illuminano gli occhi, quando ne parli, nonno.
  • “Allora, si avvertiva nell’aria una staticità quasi solenne, una sensazione di solidità e di certezze legate essenzialmente alla tradizione e ad eventi che ciclicamente si riproponevano. Retaggio di un mondo che non esiste più… Se dovessi scegliere un simbolo per rendere l’idea di quel mondo opterei per la quercia. La quercia è un albero maestoso, simbolo di forza, di stabilità, di resilienza e di longevità. Era tra le ultime piante a lasciar cadere le foglie in autunno e, con la sua ombra offriva ristoro ai mietitori nei mesi di giugno e luglio” ho scritto in un mio recente libro che mi ha permesso di chiudere i conti con il passato.
  • Di quali conti parli? Nonno.
  • Non adesso, Augusto. Ti prometto che riprenderemo questo argomento appena possibile e soddisferò la tua curiosità. Adesso ritorniamo a casa.
  • Promesso?
  • Parola di nonno!
  • Okay. Andiamo.
  • Sai, ai miei tempi la figura del nonno era circondata da un’aureola…
  • Che cos’è l’aureola?
  • È un cerchio luminoso che circonda il capo dei santi secondo l’iconografia tradizionale…
  • Che cos’è l’iconografia?
  • Augusto, non ti sembra di esagerare?
  • In che senso?
  • C’è il vocabolario, sai!
  • Hai ragione scusa.
  • Scuse accettate. Mentre i genitori trascorrevano la maggior parte delle giornate a lavorare nei campi, i nonni trascorrevano molto tempo in compagnia dei nipoti. D’inverno sedevano su di una panca situata vicino al camino, alimentavano il fuoco, sopraintendevano alla cottura dei fagioli nella “pignata” di terracotta e la sera, sempre seduti vicino al camino raccontavano storie di vita vissuta a noi nipotini che ascoltavamo a “bocca aperta”.
  • Che cos’è…
  • La pignata?
  • Scusa, cerco il significato su di un dizionario online.
  • Che comodità la tecnologia, vero?
  • Sì, ai tuoi tempi c’era solo il cartaceo.
  • Vero. Tra compagni ci divertivamo un mondo sfidandoci a chi riusciva trovare per prima una parola. Oggi, invece, basta pigiare un pulsante e “voilà”: la soluzione è pronta.
  • Bello, vero?
  • Un corno! E la gioia di fare una ricerca, di consultare il vocabolario e altri testi diversi, di scoprire qualcosa di nuovo. Addestrarsi ad essere critico, ad andare in profondità, scoprire l’origine delle parole, metterle insieme rispettando i principi della grammatica?
  • Nonno anche noi oggi facciamo le ricerche, a scuola.
  • Ma come? Cercando su Wikipedia, facendo copia e incolla, e infine stampando. Magari senza leggere neanche ciò che si è stampato. È ricerca questa!?
  • Non alterarti, nonno, non tutti sono così. Io, per esempio!
  • Lo spero.
  • E di tuo padre che mi dici? Una volta mi hai raccontato un episodio di quando andavi a scuola. Ma non ricordo tanto bene.
  • Terminate le elementari, con il passaggio al ciclo di studi successivo le cose cambiarono radicalmente, in particolare perché essendo la sede scolastica ubicata in un altro paese, dovevo confrontarmi quotidianamente con un ambiente sconosciuto e poco ospitale. Conseguentemente, alla fine del primo anno, il responso fu disastroso: “rimandato” – allora si usava – in Italiano, Latino e Matematica. Devo ammettere che me l’ero proprio cercata, in quanto, invece di studiare, letteralmente “divoravo” montagne di fumetti. Per finanziarmi rubavo le uova nel pollaio, le vendevo, e con il ricavato potenziavo la mia scorta di “strisce”. Trascorrevo interi pomeriggi a spiare le galline e, non appena sentivo l’inconfondibile “coccodè”, ero lesto a far sparire quante più uova era possibile, stando ben attento a non farmi “sgamare” da mia madre. Conservavo il bottino in un grande tovagliolo di stoffa che legavo per le estremità e nascondevo accuratamente in una siepe vicino casa. Ogni giovedì, avviandomi per andare a prendere la corriera che mi avrebbe portato a scuola, con molta cautela per non farmi vedere, ritiravo il malloppo e in paese provvedevo a trasformarlo in moneta sonante. Non appena il mio burbero genitore, dalle mani dure e callose, conobbe l’esito dello scrutinio, per prima mi fece un “mazziatone a quel dio biondo” che ancora oggi ricordo in tutti dettagli e poi, qualche tempo dopo, scegliendo opportunamente una delle giornate più calde e assolate che io ricordi, verso le undici del mattino, mi portò nella vigna a zappare ed estirpare erbacce. Dopo qualche ora di “trattamento”, accorgendosi che ormai ero “cotto a puntino”, il senza-cuore, con un sorriso sornione stampato sulle labbra, decise che si poteva tornare a casa. Non appena raggiunta la fresca dimora, nel mentre che ingurgitavo direttamente dal secchio lunghe sorsate di acqua fresca che mia madre, tempestivamente, si era affrettata ad attingere dal pozzo, mio padre, dopo aver assunto un atteggiamento solenne e alzando un dito in segno di ammonimento, disse “questo è solo un assaggio del genere di vita che ti aspetta se non riuscirai nello studio. Pensaci bene. Per conto mio ti darò ancora una possibilità, mandandoti a lezioni private… ma se non sarai promosso agli “esami di riparazione”, avrai chiuso con lo studio. Se invece ce la farai a recuperare, tienilo bene a mente per gli anni futuri: io non ho soldi da buttare per te. Sappiti regolare”.
  • E come andò a finire?
  • Tesaurizzata la lezione paterna superai gli esami di riparazione, e con un notevole “arricchimento” del mio bagaglio culturale, cominciai la seconda media con le migliori intenzioni del mondo.

Luigi Lavorgna

Nonno coach (3.)

  • Ciao nipote, che mi dici di bello? Come te la sei cavata, oggi?
  • Ho avuto delle giornate migliori in passato, ma non posso lamentarmi; quasi tutto nella norma.
  • Dimmi, sei stato bene attento a rispettare le distanze di sicurezza? Hai tenuto sempre la mascherina? Ti sei disinfettato con l’alcool quando hai toccato qualcosa? Hai…
  • Nonno, non ti ci mettere anche tu. Adesso che vado a casa, il “terzo grado” me lo farà mamma. Ad ogni modo tranquillo, sono stato attento, alla mia salute ci tengo.
  • Bene. Ah, quasi dimenticavo, hai avuto problemi con gli aspiranti a delinquere?
  • Ciao. Non proprio, nonno. Me la sono cavata solo con qualche linguaccia e qualche sberleffo durante la ricreazione.
  • Meno male, ero alquanto preoccupato.
  • Sono stato ben attento a non incrociarli. “Prevenire è meglio che curare!”, me lo ricordi ogni giorno.
  • Bene, bene. Vedo che ogni tanto qualcosa rimane delle mie “perle di saggezza” che ti elargisco senza risparmio.
  • Certo nonno, e come potrei dimenticare tutti i proverbi che ogni giorno mi propi… propi…
  • Propini!?
  • Sììì, proprio quello. Per una volta che volevo fare bella figura con te utilizzando un vocabolo nuovo di zecca… è un periodo che non ne azzecco una.
  • Dovresti farti benedire.
  • Sì, ma non da un prete qualsiasi, bensì da un vescovo o forse sarebbe meglio un cardinale.
  • Che ne dici del Papa?
  • Meglio. Ma non credo che la cosa sia possibile.
  • E dai, fattela una risata. Chi ride campa cent’anni.
  • Scusa ma non era “chi si fa i fatti suoi campa cent’anni”, come dice un’altra tua perla di saggezza?
  • Sicuro, ma anche ridere di gusto aumenta le probabilità di “toccare” il secolo.
  • Ci risiamo. Come sei solito fare, anche stavolta hai “rigirato la frittata”.
  • Caro mio, una sottile vena ironica che traspare dalle parole consente di dire la verità senza colpo ferire. E poi, “una mela al giorno toglie il medico di torno”.
  • Sei sempre il solito. Ma, come mai questa tua passione per gli “adagi” popolari. Spero di aver usato il termine giusto, stavolta.
  • Altroché, era appropriato. Dai, facciamocela questa benedetta risata! Ti racconto una storiella, sicuramente frutto di una fervida fantasia, molto in voga ai tempi della mia gioventù. Un ciclista arrancava sulla sua bici lungo i circa quattordici km di salita per raggiungere il Santuario della Madonna di Montevergine sito in quel di Mercogliano (AV). Quasi a metà percorso, imbattutosi in un cercatore di castagne, continuando a pedalare, chiese: <<Per la Madonna vado bene?>> e quello di rimando: <<Perdio, sembri Bartali!>>
  • Chi è Bartali?
  • Oh Signore! A volte mi fai cadere le braccia. Come si può non sapere chi era Bartali!
  • Era? Perché è morto?
  • Beata ignoranza. Certo che è morto, circa vent’anni fa. Devi sapere che Gino Bartali nel corso della sua carriera ha vinto 3 giri d’Italia, 2 Tour de France, 4 Milano-San-Remo e 3 Giri di Lombardia. È stato uno dei più grandi campioni di ciclismo di tutti i tempi.
  • Povero me! Non so chi è Bartali… ma che campo a fare!?
  • Fai la persona seria.
  • D’accordo, scusa. Ma mi piacerebbe sapere come mai conosci tantissimi proverbi.
  • Non dimenticare che io sono figlio del mondo contadino… ma non di quello iper-tecnologizzato di oggi.
  • C’è differenza tra quello di ieri e quello di oggi?
  • Un abisso.
  • Non mi parli quasi mai della tua infanzia. Solo qualche accenno ogni tanto, “condito” ovviamente con un bel proverbio. A me, invece, piacerebbe saperne di più di “quell’epoca” come la chiami tu.
  • D’accordo, tu sforzati di chiudere in bellezza questo, per certi versi disgraziato, anno scolastico… poi, durante le vacanze avremo tanto tempo da passare insieme e soprattutto da impiegare in modo fruttuoso.
  • Nonno, ma che ti sei messo in testa? Io durante le vacanze, voglio riposarmi e rilassarmi!
  • Sicuro. Vorrei solo cogliere l’occasione di iniziare insieme, io e te, un percorso di “crescita personale” che ti permetta, alla ripresa delle lezioni, di essere un ragazzo moralmente e spero anche fisicamente forte, consapevole di essere una persona straordinaria e che, a prescindere dalla fragilità e vulnerabilità umana, sarà in grado di dare il meglio di sé in ogni occasione.
  • Davvero!? Benissimo coach. Non ti deluderò.
  • Ottimo, vedrai che io e te saremo una bella squadra. Piccola, ma pur sempre una squadra. Ciao, buon appetito.
  • Ciao.

Luigi Lavorgna

Nonno coach (2.)

  • Ciao, sei più tranquillo adesso?
  • Sì.
  • Okay, facciamo quattro passi.
  • Allora nonno, hai qualche consiglio da darmi? Sarai il mio coach?
  • Innanzitutto facciamo il punto della situazione. Durante il nostro percorso terreno avremo a che fare con gente di ogni genere: buoni, cattivi, onesti, disonesti, lavoratori, parassiti e via dicendo; comunque non possiamo evitarli ma è giocoforza conviverci.
  • Nonno, ma io ho paura.
  • La paura è un’emozione caratterizzata da insicurezza, timore, ansia, angoscia, insicurezza, ecc. in presenza o solo al pensiero di un pericolo reale o immaginario che sia. La paura può bloccare ogni nostra iniziativa. Questo stato emotivo, pertanto, se non viene gestito può avvelenare le nostre giornate.
  • Ne so qualcosa.
  • Devi sapere, però, che anche per la paura c’è l’altra faccia della medaglia.
  • E questo che significa?
  • Significa che a volte la paura aiuta la nostra causa.
  • Che intendi dire?
  • Ti spiego con un esempio. Avevo circa quarantacinque anni quando, facendo le analisi del sangue, scoprii che diversi parametri erano fuori controllo. Ne parlai con il medico di famiglia e lui oltre a prescrivermi delle medicine mi ordinò di seguire una dieta rigida. Aggiunse che la mia situazione era seria e se non avessi seguito la terapia prescritta rischiavo di brutto.
  • E tu?
  • All’epoca ero una buona forchetta e seguire una dieta così drastica in netto contrasto con le mie abitudini fu una fatica immane.
  • Riuscisti nell’intento?
  • Certamente. Due cose in particolare mi aiutarono a centrare l’obiettivo: tua nonna e la paura.
  • Come la paura!?
  • Adesso ti spiego, ma andiamo per gradi. In primis, devo ringraziare tua nonna che non solo rispettò pedissequamente le indicazioni della dieta, ma mi aiutò anche a superare i momenti di scoramento e la voglia di mollare tutto, molto forti soprattutto nei primi giorni. Secondo, devo ringraziare la paura perché fu proprio il timore di compromettere irrimediabilmente la mia salute che contribuì a lenire i miei sforzi.
  • A finale?
  • A finale dopo quasi tre mesi, da novantasei chili ero sceso a settantacinque; ossia ero riuscito a raggiungere il mio peso forma.
  • Scommetto che eri molto contento.
  • Altroché, oltre a recuperare il mio stato di salute, avevo rimodellato anche il fisico. La mia autostima ne beneficiò tantissimo. Capito l’antifona?
  • Si, ma come dici sempre tu: “Tra il dire e il fare…
  • C’è di mezzo il mare.
  • Esattamente.
  • <<L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno. È saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza>> ha detto il magistrato Giovanni Falcone in una delle ultime interviste rilasciate prima della sua morte prematura a causa di un attentato mafioso.
  • Mica facile!
  • Per paura del confronto, per ignavia, per quieto vivere, per non essere messi in discussione, per paura di volare… quanti danni facciamo a noi stessi!
  • Lo so, ma…
  • Niente ma, non avere timore di vivere le tue emozioni, paura compresa: sono il sale della vita. Senza emozioni la vita non sarebbe tale.
  • Non credo di riuscire.
  • Chiariamo immediatamente una cosa: se credi di non riuscire non riuscirai, se credi di farcela ce la farai. E non fare quella faccia da cane bastonato, devi avere più fiducia in te stesso.
  • Mi ti sto dicendo…
  • Prima che tu spari altre stronzate ascoltami. Frequentavo le elementari ed anch’io sia quando si giocava e sia quando si faceva sul serio io soccombevo quasi sempre.
  • Perdevi sempre?
  • Tranne quando si trattava di fare una gara di bravura in matematica o di recitare una poesia a memoria.
  • In questi casi vincevi sempre tu?
  • Qualche volta. Ad ogni modo non sempre si può vincere, e non solo per demerito nostro, ci sono anche altre variabili che entrano in gioco indipendentemente dalla nostra volontà. La cosa importante, pertanto, non è vincere ma dare il meglio di noi stessi in ogni cosa che facciamo. Ricordati sempre che ci sono cose che dipendono da noi e cose che esulano dalla nostra volontà.
  • Che significa?
  • Che se non hai imparato una poesia a memoria come previsto la colpa è solo tua. Se invece sei ammalato e non puoi andare a scuola per qualche giorno, tu non hai nessuna responsabilità.
  • Capito.
  • Hai compreso tutto quello che ti ho detto?
  • Sì.
  • Okay, riprendendo il discorso di quando frequentavo le elementari, ricordo che abitando in campagna per tornare a casa dal paese dovevo fare circa due chilometri a piedi; qualche volta capitava che di fare un pezzetto di strada insieme ad un compagno che non tanto mi sopportava che non perdeva occasione di fare minacce. Raccontai la cosa al mio nonno materno e lui mi consigliò di affrontarlo altrimenti non mi avrebbe mai lasciato in pace.
  • E tu che facesti?
  • Un bel giorno, sebbene avessi una paura matta, non appena cominciò con la solita tiritera, facendo appello a tutto il mio coraggio, buttai la cartella per terra e gli dissi con un tono perentorio: <<Fatti sotto, sono pronto.>>
  • E lui?
  • Restò sorpreso e alquanto titubante. Si vedeva che era indeciso. Dopo averci pensato su per qualche secondo che a me erano sembrati un’eternità, disse:<<E va bene, lasciamo perdere>>. Da quel giorno non mi procurò più alcun fastidio.

Luigi Lavorgna

La vocazione di ogni Scuola

<<La vocazione di ogni Scuola è quella di rompere i muri, contrastare la segregazione, vincere l’analfabetismo in tutte le sue molteplici forme, aprire le menti, favorire una cultura dell’inclusione, fare esistere il trauma benefico della vita collettiva […] Si tratta innanzitutto di coltivare nuovamente la fiducia nella relazione tra insegnanti e allievi. Non ha alcun senso bombardare di verifiche i nostri figli quando questo anno scolastico, come quello precedente, è stato ed è ancora appeso ad un filo, quando chiusura e riapertura si sono alternate seguendo necessariamente il ritmo imprevedibile e destabilizzante dell’epidemia. […] Quello che stanno vivendo non è un tempo perso, ma un tempo che potrebbe essere dedicato a ritessere i legami che costituiscono la vita comunitaria della Scuola; fare crescere lavori di gruppo, condivisione, sperimentazione, circolazione della parola, insomma un modo di praticare la didattica che tenga conto della situazione traumatica in cui siamo ancora immersi. Ma per fare questo si tratta di emanciparsi dal culto della produttività che ha schiacciato negli ultimi decenni la nostra Scuola sul paradigma efficientista dell’impresa. È l’occasione per ridimensionare profondamente questo paradigma che resta estraneo al fondamento umanistico della nostra Scuola.>>

[Massimo Recalcati, Tra i banchi meno programmi più umanità, La Repubblica, 19 aprile 2021]

IL VIALE DEI RICORDI 1.

Mezzo secolo che ha cambiato il mondo

Dopo una decina di giorni di pioggia ininterrotta ieri c’è stata una schiarita. Approfittando della giornata di sole ho fatto una passeggiata lungo la strada alberata che porta fuori dal paese. È la stessa che, quando frequentavo le elementari, percorrevo a piedi per coprire la distanza da casa a scuola. Come spesso mi capita da qualche tempo, i ricordi prendono il sopravvento.

Sembra ieri, eppure sono trascorsi settant’anni da che sono venuto al mondo: anni che sono volati via in un baleno. “Un’affacciata dalla finestra” ha scritto Enzo Biagi nel suo “L’albero dai fiori bianchi” riassumendo il proprio percorso di vita. Personalmente, ad eccezione di sette mesi vissuti in provincia di Como all’età di diciannove anni e di due anni – fresco sposo – trascorsi in provincia di Milano, ho sempre vissuto nel mio piccolo paesino di circa millequattrocento anime.

Scambiando due chiacchiere al bar e rivangando i vecchi tempi tra coetanei, spesso capita che qualcuno sentenzi: <<Stavamo meglio quando stavamo peggio!>> Confesso che anch’io, soprattutto nei momenti in cui l’egoismo diventa una ragione di vita, sono sopraffatto dalla nostalgia per il mondo della mia infanzia che, seppure come ho già avuto modo di scrivere altrove, fosse povero di ricchezze materiali era ricco di valori umani quali onestà, spirito di sacrificio, solidarietà, rispetto e via dicendo. Rimpiango ancora le lunghe serate d’inverno trascorse in famiglia vicino al fuoco, a volte in compagnia di qualche vicino, a sgranocchiare semi e bruscolini che i grandi accompagnavano con un bicchiere di vino. Rivedo le mie lunghe passeggiate per le stradine di campagna, i giochi all’aria aperta, le corse a perdifiato, la caccia alle lucciole d’estate…

Terminata la passeggiata lungo il viale dei ricordi, mi rituffo nella realtà di questi giorni che, devo ammettere, è alquanto complicata, se non inquietante. La situazione è sotto gli occhi di tutti e, non volendo buttare altra benzina sul fuoco – siamo sommersi da una pletora di notizie per lo più contrastanti – soprassiedo.

Razionalizzando, devo riconoscere però che, checché se ne dica e nonostante la mia nostalgia per un tempo che fu, l’epoca in cui sono nato e vissuto è la migliore di tutta la storia dell’umanità. L’indole umana è la stessa: dalla notte dei tempi ai nostri giorni. Corruzione, tradimenti, invidia, arroganza, prepotenza, guerre, omicidi, interessi economici da sempre caratterizzano la nostra storia. Le pagine di cronaca nera abbondano di episodi poco confortanti. <<Come siamo caduti in basso!>> dice qualcuno. <<Non meravigliarti, amico mio>> ribatto io <<ripassa un attimino la storia… non è cambiato nulla. Oggi se ne parla di più perché la scienza della comunicazione, supportata dalla tecnologia, ha fatto dei passi da gigante ed è diventata invasiva ventiquattr’ore su ventiquattro. Pensa che oggi ci mettono in bocca persino le parole che dobbiamo dire, i desideri che dobbiamo avere.>>

È innegabile che nel giro di circa mezzo secolo il progresso in ogni campo dello scibile umano e la tecnologia hanno dato un’accelerazione sbalorditiva all’evoluzione dell’uomo, raggiungendo livelli impensabili. Viviamo in un’epoca in cui tutto sembra possibile, in cui non ci si pongono limiti.

Ovviamente le tessere che compongono questo mosaico sono tante ed è altrettanto ovvio che non è questo il contesto più adatto ad approfondire la tematica. A titolo di esempio, vorrei ricordare la scolarizzazione di massa che ha eliminato quasi del tutto la piaga dell’analfabetismo, l’approdo sulla luna, l’avvento di Internet, le conquiste nel campo delle scienze, della medicina, ecc. ecc.

<<Non sono tutte rose e fiori>> ammoniva mia madre. In effetti <<non è tutto oro quello che luccica>> aggiungo io.

Giusto per evitare equivoci o distorsioni del mio pensiero, in chiusura vorrei sottolineare che, come per ogni cosa, anche in questo caso c’è da considerare l’altra faccia della medaglia. Nel nostro caso sotto forma di un prezzo da pagare: il consumismo (di cui parlerò in separata sede).

Luigi Lavorgna

Una scuola ridotta a intrattenimento mattutino

Una scuola ridotta a intrattenimento mattutino, contenitore asettico di vite, distributore di pillole per cervelli senza corpo e futuro, non è un vivaio di vocazioni ma di frustrazioni. «La scuola deve educare al pensiero critico»: lo avrete sentito dire sino alla nausea. Ma se «critico» non significa rendere capaci di trovare l’essenziale, la scuola educa solo al pensiero caotico e manipolabile.

[Alessandro D’Avenia – Crisi di nervi – Corriere della Sera – 14 settembre 2020]