Forse dovrei tacerti

“Forse dovrei tacerti per ora le brutture e le malinconie, raccontarti un mondo di innocenza e gaiezze. Ma sarebbe come attirarti in un inganno. Sarebbe come indurti a credere che la vita è un tappeto morbido sul quale si può camminare scalzi e una strada di sassi, bambino. Sassi contro cui s’inciampa, si cade, ci si ferisce. Sassi contro cui bisogna proteggerci con scarpe di ferro. E neanche questo basta perché, mentre proteggi i piedi, c’è sempre qualcuno che raccoglie una pietra per tirartela in testa”.

[Oriana Fallaci- “Lettera ad un bambino mai nato”]

È breve la stagione della vita

Settant’anni e cinque mesi trascorsi in un soffio… è breve la stagione della vita! Che siano venti, cinquanta, ottanta, cento… gli anni passano velocissimamente. Infanzia, adolescenza, giovinezza, maturità, vecchiaia… che si riesca a percorrere tutte le tappe o solo qualcuna, il risultato è sempre lo stesso: il tempo passa senza che se ne abbia una nitida percezione.

Distratti da pensieri, preoccupazioni, desideri, sogni ad occhi aperti, chimere irraggiungibili… un “bel giorno” ci si accorge con sgomento di aver trascorso il nostro tempo cercando di “ammazzarlo”, invece di viverlo.

Quando l’amore trascende la vita

Ci provo sai, ci provo ad essere forte come te, a sorridere nonostante dentro sto morendo, a fingere che tutto va bene però a volte non ci riesco.

Mi sento sola nonostante sia circondata da tanti, mi sento debole anche se tutti dicono che sono forte, no, sono stanca.

Sono stanca di nascondere gli occhi gonfi dietro un paio di occhiali, sono stanca di lottare, sono stanca.

Ti cerco fra la gente, nelle canzoni, ma tu non ci sei, lo so non tornerai. La mia vita qui senza di te non ha più senso…

Mi manchi.

Come posso dimenticarti?

Questo sfogo al femminile, postato su di un social, mi ha colpito profondamente perché conosco l’autrice in quanto mia ex collega. Persona stimabile e stimata, sempre sorridente e disponibile, è stata duramente toccata anche lei negli affetti più cari. “Dura lex, sed lex!” direbbe qualcuno. Indubbiamente ineccepibile, ma è uno di quei momenti nella vita di una persona in cui ogni parola è inappropriata.

Dopo qualche giorno, nel tentativo di offrirle conforto, le ho inviato il seguente messaggio: <<Non puoi dimenticarlo. Lui è vicino a te, anche se non lo vedi oppure, scusa la franchezza, non vuoi vederlo. Sei stanca di nascondere gli occhi gonfi dietro gli occhiali? E tu non nasconderli, piangi, versa le tue lacrime, ma che siano lacrime di gioia. Gioia perché lui è sempre nei tuoi pensieri e quindi vicino a te. Non puoi dimenticare colui che ha dato e continuerà, se lo tu lo vorrai, a dare un senso alla tua vita. Un abbraccio. Luigi.>>

Ho iniziato a scrivere questo post con l’idea di fare una riflessione approfondita sul significato della parola amore, una parola che oggi molto spesso viene usata a sproposito, ma non riesco ad andare oltre questa domanda: <<Se non è amore questo, allora l’amore cos’è?>>

Luigi Lavorgna

Ogni lezione che la vita ci impartisce è preziosa

<<L’esperienza è il tipo di insegnante più difficile. Prima ti fa l’esame, poi ti spiega la lezione>> sentenziava Oscar Wilde. Questo aforisma sintetizza perfettamente una verità inoppugnabile: ogni lezione che la vita ci impartisce è preziosa, in quanto arricchisce il nostro bagaglio esperienziale favorendo, nello stesso tempo, la crescita lungo il sentiero della consapevolezza. Purtroppo, il problema è che generalmente, nonostante le raccomandazioni di chi già ci è passato, si diventa consapevoli di qualcosa solo quando ci “scottiamo con le nostre mani”.

Luigi Lavorgna

Fuga dalla realtà

…se una cultura non rende la vita più trasparente e i legami tra le persone più semplici e autentici, allora non è civiltà, ma fuga dalla realtà cioè dalla vita stessa.

[Alessandro D’Avenia, “Qualcosa di personale”, Corriere della Sera, 1 febbraio 2021]

“Ed è subito sera”… e fu subito amore!

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

La prima cosa che pensai quando, da studente delle superiori, mi toccò occuparmi della celeberrima poesia di Salvatore Quasimodo “Ed è subito sera” fu: “E che ci vuole! Sarà una passeggiata”. Questo pensiero era sorto spontaneo nel momento in cui, visto la brevità del componimento poetico, avevo preventivato che avrei impiegato solo qualche minuto per fare il commento. La sensazione, infatti, era quella di trovarmi di fronte ad un nanerottolo che non poteva impensierirmi di certo.

Beata gioventù… quanta incoscienza!

Avevo appena finito di leggere che quel nanerottolo si era trasformato in un gigante… e fu subito amore!

Quanta bellezza in questi pochi versi che riassumono in un battito di ciglia un’intera vita! Le emozioni presero il sopravvento e il coinvolgimento emotivo fu inevitabile.

Se la memoria non mi inganna fu l’unica volta che, nel commentare una poesia, esagerai nel vero senso della parola, soprattutto con gli aggettivi. Infine, sottolineai particolarmente il fatto

Il mio prof dopo aver visionato il mio elaborato commentò: <<Fiumi di aggettivi, stipsi di contenuti.>> Alle mie rimostranze ribatté con queste più o meno testuali parole, peraltro pronunciate in tono ironico: <<Evidentemente ti sei lasciato prendere la mano dalle emozioni. Hai fatto semplicemente un elogio che sembra un’epigrafe fuori luogo. Hai pensato solo a te stesso e hai snobbato la comprensione del testo e del suo significato letterale. Sostanzialmente, ti sei preoccupato solo di soddisfare il tuo narcisismo latente. Tirando in ballo solo le tue emozioni, hai utilizzato una sola figura retorica: l’iperbole. Non un cenno sulla biografia del poeta, sul contesto storico, sulla struttura, la metrica, una correlazione con gli altri poeti di quel periodo.>>

Ero stato talmente colto di sorpresa da questo attacco inaspettato che non riuscivo a ribattere. Ma lui, imperterrito continuò ad infierire: <<Te ne sei infischiato della struttura sintattica, o di utilizzare dei sinonimi per spiegare il senso della poesia con parole diverse, magari più comprensibili. Ti sei guardato bene nel menzionare il fatto che si tratta di versi liberi e che questa poesia è una delle più rappresentative dell’ermetismo, o di evidenziare che in realtà questi versi erano parte integrante di un componimento più corposo dal titolo “Solitudini” che era inserita nella prima raccolta di poesie date alle stampe nel 1930, ecc., ecc.>>

Bene, dal momento che la vita mi ha insegnato che non è mai troppo tardi per riconoscere i propri errori e porvi rimedio, è arrivato il momento di fare ammenda.

Tralasciando la parte della struttura sintattica, dello stile e dei tecnicismi in genere della poesia – citando le parole del Prof, credo che siano già stati già evidenziati gli elementi essenziali – passo direttamente alla parafrasi.

In via prioritaria vorrei sottolineare che i versi del Quasimodo rappresentano una terribile e inappellabile sentenza di condanna per l’essere umano che, nonostante tutti i suoi sforzi, l’evoluzione della tecnologia, le conquiste scientifiche, il progresso in tutti i campi dello scibile umano, nasce solo e muore solo; e nel breve lasso di tempo della propria vita, la solitudine, il senso di precarietà e di impotenza di fronte alle calamità naturali e non, l’errare alla ricerca di un’isola che non c’è, l’insoddisfazione perenne, lo sforzo di dare un senso che giustifichi la propria vita, l’amara constatazione che la vita è troppo breve considerato quello che si vorrebbe realizzare sono inseparabili compagni di viaggio.

Il fatto che questa poesia sia considerata una roccaforte dell’ermetismo potrebbe, a mio modesto parere, fuorviare il lettore confondendogli le idee, nel senso che se ci si focalizza su ogni singolo verso, il senso del discorso si può condensare in cinque “step”: ognuno, solo, sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera; analizzandoli singolarmente, il tutto diventa di una chiarezza cristallina.

Ognuno

Tutta l’umanità.

Sta solo

L’essere umano, nonostante sia dotato di parola, sia erudito, abbia bisogno di condividere la sua fragilità con i suoi simili, non riesce a comunicare efficacemente o ad esternare alcun sentimento o pensiero senza riserve. Chiuso nella sua “zona comfort” ha paura di aprirsi agli altri e si isola dal mondo. Quasimodo è stato un buon profeta: l’avvento di Internet e la diffusione capillare della Rete, ha cambiato le regole del gioco, modificato stili di vita e modalità di relazionarci con gli altri, propiziando il proliferare di relazioni sociali virtuali che, invece di avvicinare, allontanano.

Sul cuor della terra

L’atteggiamento di chiusura favorisce la convinzione di essere il centro del mondo e che tutto ruoti intorno a sé.

Trafitto da un raggio di sole

Solo e rinchiuso in se stesso l’uomo si nutre di illusioni (un raggio di sole che apre il cuore alla speranza) che ci fanno intravedere la felicità a portata di mano. Ma quando dopo tanti sogni, progetti, tentennamenti e ripensamenti, finalmente tendiamo la mano per afferrare la felicità: è subito sera

Ed è subito sera

Dopo l’illusione, la disillusione: l’amara constatazione che la vita è breve in considerazione in confronto a quello che avremmo voluto realizzare. E inevitabilmente il mio pensiero a corre a Leopardi: <<O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi?>>

Quando meno ce lo aspettiamo il filo che regge la spada di Damocle si spezza e la morte arriva senza che ci possa neanche rendere conto di essere giunti al capolinea, ovvero la crudele consapevolezza della caducità, fragilità e precarietà della vita. Ecco, in tre versi Salvatore Quasimodo riassume il senso della vita.

La consapevolezza che nonostante la “folle corsa” dell’uomo per raggiungere il successo il traguardo è unico per tutti: la fine della corsa. E qui fa capolino il ricordo di un’altra splendida poesia “’A livella” del principe Antonio De Curtis, meglio conosciuto come Totò, di professione attore cinematografico, che mette in evidenza come in vita badiamo alle apparenze, manteniamo le distanze, ci crediamo superiori agli altri, ma poi implacabile arriva la morte che ci rende tutti uguali… non ci sono sconti che tengano. La morte è una livella che pareggia tutti i conti:

Ma chi te cride d’essere…nu ddio?

Ccà dinto,’o vvuo capi,ca simmo eguale?…

…Muorto si’tu e muorto so’ pur’io;

ognuno comme a ‘na’ato é tale e quale”.

[Ma chi ti credi di essere… un Dio?

Qua dentro, lo vuoi capire, qua siamo uguali?

… Morto sei tu e morto sono pure io;

ognuno come è nato è tale e quale.]

A prescindere da ogni umana debolezza, la triste e inoppugnabile verità è che, ammonisce sempre Totò: <<nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”>>

Luigi Lavorgna

Quando ti alzi al mattino

Non è il peso del futuro o del passato che preme su di te, ma soltanto e unicamente quello del presente. Ricordati che l’uomo non vive altra vita che quella che vive in questo momento né perde altra vita che quella che perde in questo momento. Così quando ti alzi al mattino, pensa quale prezioso privilegio è essere vivi: respirare, pensare, provare gioia e amare. Adattati alla sorte che ti è toccata, e ama gli uomini tra cui ti è toccato vivere, ma amali veramente!

[Marco Aurelio]

15.

A volte bisogna usare il bastone, a volte la carota.

In un bosco, a volte, per spegnere un fuoco grande è necessario appiccare un fuoco di fuga.

Un buon soldato non abbandona il campo di battaglia, resta fino all’ultimo proiettile.

Non si può vivere nella paura, non è vita.

Non c’è vittoria senza sacrificio.

I leader non nascono, si forgiano.